Tre buoni motivi per leggere “Fuga dal Campo 14” di Blaine Harden

(5 / 5) Una testimonianza che tutti dovrebbero leggere

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Ho letto “Fuga dal Campo 14” perché volevo saperne di più sui campi di prigionia nordcoreani e sulla società della Corea del Nord in un momento in cui spesso questo Stato torna a occupare le prime pagine dei quotidiani.

Il libro, edito nel 2012, è la biografia (scritta dal giornalista americano Blaine Harden) di Shin Dong-hyuk, il primo esule della Corea del Nord ad essere nato in un campo per prigionieri politici – il Campo 14, appunto – e ad essere riuscito ad uscirne vivo per raccontare la sua storia al mondo.

Ecco tre buoni motivi per leggerlo:

Per saperne qualcosa di più su quello che è forse uno degli Stati più “blindati” al mondo, governato dalla dittatura della dinastia Kim, di cui però periodicamente (e ultimamente) si parla non senza una certa preoccupazione.

Perché sì, nel 2017 ci sono ancora persone che vivono in un’area “blindata”, senza telefono, senza tv, senza internet (senza sapere neanche cosa siano), senza diritti, senza sapere nulla di nulla, fin dalla nascita. Sconvolgente come Shin apprenda quello che succede fuori dal campo, anche solo la storia del suo Paese, solo grazie ai racconti di un altro prigioniero, venuto dal “mondo reale”. Immaginarlo è un conto. Leggere una testimonianza è un altro.

Perché pensavamo che il mondo avesse imparato qualcosa dall’Olocausto. Non è così. Ed è la dimostrazione che la storia si può ripetere.

Una nota: siccome ciclicamente c’è chi mette in dubbio il contenuto del libro, è doveroso spiegare che l’autore stesso scrive che «il fact-checking non è possibile in Corea del Nord. Nessun estraneo ha visitato i campi per prigionieri politici, e i resoconti di quello che succede al loro interno non possono essere verificati. Anche se le immagini del satellite hanno contribuito non poco a una migliore comprensione dei campi dall’esterno, le fonti primarie di informazione continuano ad essere i rifugiati, i cui fini e credibilità non sempre sono senza macchia». Dunque un racconto da leggere con interesse, ma da prendere con le dovute cautele, sebbene poi l’autore stesso chiarisca che «la vita di Shin può sembrare incredibile, ma riecheggia tanto le esperienze di altri ex prigionieri quanto le descrizioni di molte ex guardie dei campi. Tutto quello che ha detto è coerente con le informazioni di cui disponiamo sui campi».