(5 / 5) Accompagnati nel Medioevo da un Maestro, un giallo ricco di cultura: si va sul sicuro, ma non è un libro per tutti.


Su “Il Nome della Rosa” (Bompiani, 1980) molto è già stato scritto: si tratta di un entusiasmante tuffo nella cultura medioevale esplorata a tutto tondo da uno studioso del calibro di Umberto Eco. La trama del giallo è sostanzialmente simile a quella del film – più conosciuto dal grande pubblico – ma vi sono parecchie digressioni di stampo soprattutto filosofico, e alcune parti che sono state tagliate nel lungometraggio e che magari verranno recuperate nella serie tv Rai che attendo con ansia.

La trama racconta le indagini del frate francescano Guglielmo da Baskerville e del novizio Adso da Melk, ospiti in un monastero benedettino in cui si verificano una serie di morti molto sospette.

Ecco tre buoni motivi per leggerlo:

Perché è un giallo inquadrato molto bene nell’epoca in cui è ambientato, con i relativi temi “caldi” dell’epoca: i due protagonisti sono invitati nel monastero per prendere parte a un importante congresso sul potere temporale della Chiesa.

Perché nel libro, molto più che nel film, si può trovare un assaggio della cultura sconfinata di Eco: dal greco al latino, dalla filosofia alla teologia. No, non è un libro per tutti: sconsigliato se si è alla ricerca di un giallo “facile”, da leggere sotto l’ombrellone.

Perché Guglielmo da Baskerville, saggio, arguto e ironico, è davvero un uomo avanti con i tempi. Forse troppo, e lo sarebbe anche oggi. A tratti ho rivisto in lui la finezza di Poirot: bene ha fatto Eco a inserire in un romanzo – che per le tematiche trattate poteva risultare troppo complicato – gli elementi di un giallo ricco di colpi di scena e dal un ritmo incalzante.