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Intrigante giallo ambientato a Firenze


C’è poco da fare: sarà deformazione professionale, ma quando un libro è scritto da un giornalista e ha come protagonista un giornalista, mi piace leggerlo. Mi ci ritrovo, almeno un po’.

In questo caso, Paoli, che è stato per 15 anni il responsabile della cronaca giudiziaria della redazione di Firenze de La Nazione (e si percepisce) racconta le peripezie del giornalista Carlo Alberto Marchi, alle prese con il misterioso omicidio del dirigente americano di una nota azienda farmaceutica. Ecco tre buoni motivi per leggere “Il respiro delle anime” (Giunti, 2017):

1 Perché il protagonista è indisciplinato, si lascia guidare dall’istinto, ama indagare per i fatti suoi anche se il direttore non è d’accordo, insomma un simpatico mascalzone. Bravo.

2 Perché verso il finale (e qui forse spoilero, ma solo poco, prometto) gli eventi prendono davvero una piega totalmente inaspettata.

3 Perché – e questo è un motivo tutto personale – mi ricorda il mio mestiere, anche se non mi occupo di giudiziaria. E quanto sono fortunata a fare un lavoro che mi piace davvero, per cui come il protagonista lavoro ai ritmi e agli orari più impensati, gli amici sono abituati al fatto che la mia presenza non è mai assicurata fino all’ultimo  momento se c’è il lavoro di mezzo (figuriamoci i parenti), ma sì, ne vale la pena.

Per contro, mi sarebbe piaciuto che l’autore approfondisse un po’ meglio la vita privata dei personaggi, giusto per imparare a conoscerli un po’ di più.

Detto ciò, aggiungo che Paoli ha scritto un altro libro prima di questo, ovvero “Il rumore della pioggia”, sempre con il medesimo protagonista. Sicuramente lo leggerò più avanti e vedremo se riscontrerò sempre gli stessi pregi e difetti.