(4 / 5) Un ritorno inaspettato tra sferzante ironia e grottesco, un esperimento sociale molto interessante.


Ho apprezzato molto “Lui è tornato” di Timur Vermes (Bompiani, 2012), sebbene abbia apprezzato più il film, perché il film (che si trova su Netflix) è davvero a metà tra racconto ed esperimento sociale vero, e contiene una riflessione finale profonda e inquietante.

La trama è decisamente ironica (ho riso in più punti, non me ne vogliate) e anche un po’ grottesca. Dunque, siamo ai giorni nostri e inspiegabilmente Adolf Hitler – addormentato non si sa di che genere di sonno, in una zona abbandonata da tutti dopo la Seconda Guerra Mondiale – si “risveglia”. Lui cerca di orientarsi senza capire, la gente lo prende come un pazzo, un provocatore, un eccellente imitatore e un genio della satira. Andrà persino in tv, e scoprirà di esercitare ancora oggi un grande appeal.

Tre buoni motivi per leggerlo (e, fidatevi di me, per vedere il film):

1 Perché riesce a far riflettere sull’importanza della memoria storica pur senza essere retorico e, anzi, raccontando una storiella leggera e ironica. È quindi davvero adatto a tutti.

2 Perché l’interrogativo finale è attuale e inquietante, e io davvero non saprei dare risposta: se Adolf Hitler tornasse veramente, con i mezzi di comunicazione degli anni 2000, tra social e talk show, sarebbero davvero tutti pronti a condannarlo? O è più probabile che le masse si mettano in fila per un selfie con lui?

3 Perchè (questo però è un motivo-bonus che riguarda solo il film) il regista David Wnendt ha scelto di fare un esperimento sociale, inserendo più volte l’attore principale vestito da Hitler in un contesto reale, senza comparse ma con passanti veri. E beh, erano tante le persone che si facevano un selfie con lui.