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Una simpatica saga all’insegna del buonumore


Andiamo, alzi la mano chi non ha mai visto i film di Bridget Jones. Almeno il primo. Quando è uscito al cinema “Il diario di Bridget Jones” avevo 14 anni, ed ero morta dal ridere, anche se non comprendevo bene le dinamiche dei single 30enni.

Adesso ho 30 anni, e quasi per caso ho riscoperto i libri di Helen Fielding (“Il diario di Bridget Jones”, “Che pasticcio Bridget Jones”, “Bridget Jones’s Baby” e “Bridget Jones: un amore di ragazzo”). Carini, soprattutto il primo, poi la carica di simpatia va scemando un po’, come succede con tutte le saghe fortunate che, proprio godendo dell’inizio fortunato, “devono” trovare un modo per tirare avanti. Ecco perché vale la pena comunque leggerli:

1 Perché avendo raggiunto anche io i 30 anni mi sento molto vicina ai protagonisti, alle loro surreali (mica poi tanto) esperienze, alla giungla del mondo del lavoro, ai genitori e ai loro casini. Insomma alcune costanti non cambiano mai. Nemmeno se si pensa che il primo libro risale al 1995.

2 Perché Bridget Jones fornisce alcune indicazioni molto belle su come affrontare la vita: con ironia e autoironia, spontaneità e buonumore, senza maschere e senza prendersi mai troppo sul serio, scherzando sui propri difetti e trasformandoli un punto di forza.

3Questo è un motivo del tutto personale: perché anche lei si ritrova a lavorare nel mondo dei media, un po’ come me, e ho riso tantissimo leggendo degli strambi personaggi che ruotano intorno a questo strampalato universo. Chi conosce questo mondo, sa che non è nulla di più della semplice realtà.