Il 25 aprile, Festa della Liberazione, è forse il giorno più importante per il nostro Paese. Il 25 aprile finiscono in Italia due guerre: quella contro l’invasore nazista e quella civile tra fascisti e antifascisti.

Dopo il 1945 la Resistenza è stata raccontata in numerosi romanzi e saggi, molti dei quali sono diventati dei classici della nostra letteratura, resistendo – è proprio il caso di dirlo – anche alle controversie sull’esercizio della memoria.

Noi di Tre Buoni Motivi per Leggere pensiamo che leggere, ascoltare le storie dei testimoni, studiare, siano bellissime forme di resistenza e per questo ci piace proporvi qualche libro.

Alcuni noti, alcuni un po’ meno, tutti essenziali per ricordare e dire, con convinzione: VIVA IL 25 APRILE.

1 ‘Il Partigiano Johnny’, di Beppe Fenoglio (Einaudi) innanzitutto. Uscito postumo, di fatto incompiuto, scritto in italiano alternato al personale slang inglese dell’autore (il Fenglese), è il romanzo che per molti ha sottratto la guerra partigiana alla sua retorica. Ma la storia dell’ufficiale dell’esercito badogliano Johnny che aderisce alla resistenza piemontese ha una particolare forza epica. Johnny è un eroe: tormentato, che subisce sconfitte, ma un eroe. Il suo eroismo è nel suo saper scegliere e non deflettere mai da quella scelta. Basti questo episodio: dopo la rotta di Alba (raccontata sempre da Fenoglio nell’altrettanto fondamentale ‘I 23 giorni della città di Alba’) Johnny è nascosto dai tedeschi da una famiglia contadina. Indossa sempre la sua divisa: se lo trovassero così, sarebbe immediatamente giustiziato. La donna che lo ospita lo invita quindi a togliersela. Lui rifiuta. Perché, dice, togliere la divisa sarebbe come dire di sì al nazifascismo. Invece lui ha scelto di dire di no. L’etica dell’essere partigiani trova qui la sua più fulgente e umana allegoria.

2 La casa che ha ospitato Johnny potrebbe essere una di quelle descritte nel primo capitolo di ‘Spaesati’, di Antonella Tarpino (Einaudi). Il libro è il viaggio della studiosa in ‘Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro’, e la prima tappa sono le baite di Paraloup, un antico alpeggio in abbandono nelle montagne cuneesi, che ospitarono le bande partigiane di Duccio Galimeberti e Livio Bianco. Antonella Tarpino visita queste rovine con l’occhio appassionata dell’antropologa del tempo, dandoci il senso di come la memoria abbia bisogno di luoghi a cui appigliarsi. Le baite di Paraloup sono oggi meta di escursioni perché una storia è migliore se ascoltata insieme ad altri, dove il paesaggio restituisce il respiro di chi vi ha vissuto.

3Un tesoro narrativo rimasto nascosto troppo a lungo è invece quello dei quattro racconti di Giorgio Scerbanenco che l’autore dedicò all’Italia della guerra civile. Li ha riportati alla luce Sellerio nel 2006, con il titolo originale del 1946 ‘Uomini ragno’. Il più grande giallista italiano aveva attinto alla memoria bellica anche per il suo libro più premiato, ‘Traditori di tutti’, ma nelle storie di ‘Uomini ragno’ Scerbanenco ci mostra, con la sua prodigiosa sensibilità, come sia difficile trovare il coraggio quando il tuo quotidiano è stretto nella morsa tra paura e deprivazione materiale. Come ricorda Cecillia Scerbanenco, figlia dell’autore, nel suo memoir ‘Il fabbricante di storie – Vita di Giorgio Scerbanenco’ (La Nave di Teseo): “Quelle storie di ebrei salvati o venduti da passeuers senza scrupoli, di spionaggio anti e protedesco, di infiltrazioni – alleate e non – in Svizzera per motivi di intelligence, oggi sono ben note, narrate in centinaia di film e romanzi. Ma nei primi anni quaranta mio padre poteva conoscerle solo se vi fosse incappato di persona o se gli fossero state raccontate da qualcuno direttamente coinvolto. E così probabilmente fu”. Storie noir, di eroi inadatti all’eroismo ma nonostante questo capaci di sfuggire all’apatia. Scerbanenco, che nel dopoguerra si fece testimone di coloro che resisterono senza essere al fronte, lo spiegò bene in un discorso pubblico che Cecilia ha ritrovato: “Il Partigiano combatte contro nemici visibili, materiali. Coloro che non possono combattere hanno altri nemici, invisibili, morali. Questi nemici sono la stanchezza, lo scetticismo, la disunione, parlando in senso generale. E se scendiamo in particolare, sono: le pensose condizioni di vita e il disorientamento delle idee”. In chi aveva resistito c’era il seme di un futuro diverso: “Se è stata possibile la lotta per la libertà, deve essere certa anche quella per la ricostruzione”.

4 La ricostruzione c’è stata, lo sappiamo, ma la storia ci pone sempre di fronte a nuove necessità di resistenza e di ricostruzione, perché la libertà, la giustizia e la pace non sono mai date una volta per tutte. Per questo vogliamo concludere con un libro che non abbiamo ancora letto ma che affronta una questione decisiva anche e soprattutto per il nostro tempo: parliamo di “Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, «amanti del nemico» (1940 – 1945)”, Einaudi, della storica e giornalista televisiva Michela Ponziani, che parla della “memoria taciuta delle donne”. Ed ogni memoria taciuta esige un racconto, una liberazione.

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Simone Farello
Classe 1974, genovese, lavoro nel settore delle telecomunicazioni. Mi sono dedicato per 9 anni ai 400 e agli 800 metri piani, abbandonando le piste di atletica leggera con una presenza in nazionale giovanile. Laureato in Lettere con il prof. Edoardo Sanguineti, leggo moltissimi libri e ne scrivo qualcuno. Il primo, "Ogni maledetto martedì" è stato ispirato dai 15 anni che ho trascorso in Consiglio Comunale a Genova. Il secondo, "Il cuore di De Coubertin" parla di un'improbabile Olimpiade che ho immaginato. Collaboro anche come editor per Erga Edizioni.