Libri e Olimpiadi: percorsi letterari verso Tokyo 2021 – “Heartland” di Anthony Cartwright

Il 24 luglio 2021 si inaugureranno i 32esimi Giochi Olimpici dell’era moderna. I giochi si dovevano tenere nel 2020 ma sono stati rinviati a causa del COVID. la loro disputa è stata a rischio sino a qualche settimana fa e di certo saranno Olimpiadi molto diverse.

Tre Buoni Motivi per Leggere ha deciso di dedicare da oggi e sino alla conclusione dei giochi, il 9 agosto, una rubrica alla letteratura sportiva. Si tratta di un genere in grande crescita, anche grazie all’impegno di case editrici che hanno aperto collane specializzate di  alto profilo.

A tutta narrativa

Per scelta non presenteremo libri biografici o autobiografici di singoli sportivi (con una eccezione) e ci dedicheremo principalmente alla narrativa, con qualche incursione in saggi particolarmente interessanti, scegliendo comunque opere che si rivolgono a lettori onnivori, godibili a prescindere delle conoscenze tecniche di questa o quella disciplina. Del resto lo sport e le Olimpiadi sono un “fatto sociale totale”, come sostiene Bruno Barba nel suo recentissimo “Il corpo, il rito, il mito”, edito da Einaudi e come ho provato a dimostrare nelle schede del mio romanzo – saggio “Il Cuore di De Coubertin – Come Genova realiizzò le Vere Olimpiadi”, Erga Edizioni.

Durante le Olimpiadi, inoltre, presenteremo anche libri su Tokyo e su altre città olimpiche della storia.

Inizieremo con alcuni libri dedicati al calcio o, meglio, al football, sport olimpicamente un po’ marginale (ma non è sempre stato così) e che sta vivendo i Campionati Europei. E basta vedere quale attenzione sociale stanno suscitando le discussioni sugli stadi arcobaleno contro le leggi omotransfobiche dell’Ungheria e sull’adesione alla campagna di Black Lives Matter per capire che lo sport va molto oltre i confini del campo di gioco.

“Heartland” di Anthony Cartwright: popolare, commovente, vero

Lo dimostra il libro di Anthony Cartwright “Heartland”, pubblicato nel 2013 nella Collana “Attese” di 66THAND2ND.

È il 2002 e siamo in una città del distretto siderurgico di Black County, Inghilterra, dove le fabbriche che chiudono lasciano dietro di sé vite che si ripiegano, e il ricordo ancora vivo dell’11 settembre rende più semplice dare la colpa di tutto il male ai Pakistani che sono venuti ad abitare nel quartiere.

Heartland descrive, intrecciandole, tre partite.

La prima si gioca su un campo di questa periferia logora, ed è la sfida decisiva tra la squadra di football degli inglesi, dove milita il protagonista del romanzo Rob Catesby, e la squadra degli immigrati, per il primato in classifica.

La seconda si gioca in Giappone, ai Campionati del Mondo 2002, tra Argentina ed Inghilterra. Ci sono tutti, proprio tutti, nel pub per assistere alla grande rivincita di Messico ’86, quando quel guitto sublime di Diego Armando Maradona eliminò i maestri decaduti del calcio con un vile colpo di mano. Ora la star è David Beckham, che ha tutto per essere una star del mondo globale, e abbastanza per essere un buon calciatore. A lui e alle sue punizioni si affidano i tifosi assiepati nel pub per redimere, in 90 minuti, la frustrazione di un popolo che sente il declino alle porte dei propri villaggi.

I protagonisti vivono entrambe le partite, una da tifosi e l’altra da giocatori, e Cartwright riesce a farti capire quanto il confine tra le due dimensioni sia sottile, come il gesso di una fascia laterale.

La terza sfida è la campagna elettorale per il Consiglio Comunale della città, che vede schierati lo zio di Rob, storico militante e Consigliere laburista, e il proprietario del pub entusiasta sostenitore del British National Party, nuovo partito di ispirazione nazionalista populista ed anti immigrati. La Brexit erà già lì, che ribolliva.

Rob, suo zio, e il proprietario del locale, si ritrovano insieme per vedere la partita della nazionale, con le loro maglie bianche con i tre leoni, e il desiderio profondo di ricucire tutto quello che si sta strappando nel loro mondo. Mentre guardano Beckham trafiggere l’Argentina, le altre sfide si sono già consumate, e nessuno ne è uscito davvero vincente. Possono solo esultare, senza sapere che anche questa volta l’Inghilterra non vincerà il Campionato del Mondo.

Rob, un calciatore professionista mancato e suo zio, che riesce a vincere le elezioni per un pugno di voti andando di porta in porta nella sua piccola città, rappresentano quello che più si avvicina a ciò che un tempo avremmo chiamato coscienza di classe. Quando straparliamo delle periferie del mondo e delle solitudini che in esse gonfiano d’odio non dovremmo limitarci alle cronache nere dei fatti di sangue e delle rivolte, ma guardare dove e come vivono davvero le persone quando le telecamere sono lontane. Sapere a cosa giocano, per chi tifano.

L’insegnante Rob osserva prima di ogni altra cosa lo sfacelo del proprio ruolo, ma nello stesso tempo ricostruisce, nel campo di calcio, la possibilità di un mondo dove il pakistano Zubair non è più solo il fratello del misterioso Adnan, scomparso nel nulla e sospetto terrorista, ma un magnifico giocatore di calcio, difficile da battere. E un cittadino.

“Heartland” attinge allo stesso cuore pulsante dei film di Ken Loach o di “Full Monty”: popolare, commovente, vero.