5 out of 5 stars (5 / 5)

La rivincita di una donna in un mondo di uomini, che trova negli scacchi il suo riscatto


In questo periodo ha fatto molto parlare di sé la miniserie su Netflix “La regina degli scacchi”, tratta dall’omonimo romanzo di Walter Tevis (Minimum Fax, 2007). Ho scoperto che era tratto da un libro e non ho potuto fare a meno di leggerlo, e beh, non mi ha delusa.

La trama, in breve: l’orfana Beth Harmon vive in un orfanotrofio, sola, timida, incapace di capire un mondo che non si sforza per capire lei. Gli scacchi scoperti casualmente diventano per lei un sollievo, una speranza e un riscatto, un’arma per farsi strada nei tornei e nella vita. E sarà davvero una giocatrice precoce e geniale. Basterà per affrontare le sue paure e le sue tendenze autodistruttive? Ecco tre buoni motivi per leggerlo:

1 È un bellissimo ritratto femminile di una ragazza particolare che cresce in un’epoca e praticando una disciplina ancora quasi del tutto maschile. Insomma, una donna non convenzionale in un mondo di uomini, in cui i giornalisti sembrano più interessati a chiederle se ha il fidanzato che parlare di scacchi (beh, purtroppo succede ancora oggi). A chi ha visto la serie tv, posso dire che è piacevolmente fedele al libro, a parte giusto qualche dettaglio. I personaggi di Beth e della signora Wheatley in particolare, sia nel libro sia nella serie tv, sono splendidi: entrambe un po’ “apatiche”, entrambe rinchiuse nella propria solitudine, entrambe alla ricerca di qualcosa, anche se in due modi diversi. Entrambe vicine come una strana coppia di madre e figlia, ovviamente a modo loro.

2 Le partite a scacchi – che erano la cosa che temevo di più, non essendo io capace a giocare – sono descritte molto bene perché l’autore si concentra più sull’aspetto emozionale che sulle mosse vere e proprie. Si intuisce la tensione, il sollievo, la paura, le provocazioni, la logica geniale e inarrestabile con cui la giovanissima Beth – che senza scacchi probabilmente si sarebbe persa in se stessa – arriva a battere anche i più grandi giocatori. E ci si immerge per un poco nella cultura degli scacchi che supera anche le barriere linguistiche e che spesso, chi la vede da fuori, tende a stereotipizzare.

3 Il libro è davvero molto scorrevole e ha un buon ritmo, con periodi brevi, poco articolati, frequenti dialoghi, insomma è adatto a tutti, non richiede un’eccessiva concentrazione, ed è molto piacevole.