3.5 out of 5 stars (3,5 / 5) Presentato come “libro verità”, ma è più efficace la serie tv


Ho già parlato di (rari) casi in cui il film/serie tv secondo me è migliore rispetto al libro. Fa parte dell’elenco anche “Orange is the new black”. Il libro di Piper Kerman (RCS, 2014) scritto nel 2010, è autobiografico e racconta l’esperienza dell’autrice in un carcere statunitense.

Molto brevemente, la protagonista, proveniente da una famiglia borghese, all’inizio degli anni ’90 si innamora di una trafficante di eroina, la aiuta, e più di 10 anni dopo, nel 2004 – dopo essersi rifatta una vita – inizia a scontare la sua pena di 15 mesi per riciclaggio di denaro sporco.

Personalmente ho apprezzato di più la serie tv, che calca con maggior evidenza sull’aspetto dei diritti civili e dei soprusi in carcere, ma ecco tre buoni motivi per leggere il libro:

1 Anche il libro, comunque, parla di diritti civili, tanto che la Kerman è parte della Women’s Prison Association ed è spesso invitata a parlare a gruppi di detenuti.

2 Perché ha portato l’attenzione su un tema molto trascurato (e anche un po’ spinoso) cioè i diritti civili in carcere. E, prima grazie al libro e poi grazie alla serie tv, lo ha fatto anche in maniera “cool”. Nel senso che è riuscita a trasmettere davvero empatia, e ben pochi hanno replicato: «Chi se ne frega di come vengono trattate, sono delinquenti».

3 Perché è davvero facile affezionarsi ai personaggi che per un breve lasso di tempo condividono un pezzo di vita, un periodo unico, fatto di tacite regole per sopravvivere, alleanze e reale affetto. Tanto da domandarsi chissà poi, dopo il carcere, cosa resta di quei rapporti.