Personalmente non c’è alcun autore che io ami più di Roland Barthes. Ci sono romanzieri e narratrici che adoro, e studiosi e studiose che sono punti di riferimento importanti della mia libreria e dei miei approfondimenti. Ma per nessuno provo l’affetto quasi struggente che ho per Roland Barthes.
Roland Barthes non solo era un meraviglioso semiologo, che non mi stanco mai di rileggere, ma era una persona di grande sensibilità, che seppe scrivere pagine di un’intensità umana che lasciano abbacinati. Penso a “Dove lei non è”, il libro del lutto per la morte della madre e a “Barthes di Roland Barthes”, dove ogni segno, ogni frase, spalanca un mondo.
Barthes, che nascose la propria omosessualità per quasi tutta la vita, dedicò molto del suo lavoro al concetto di neutro. Recentemente Mimesis Edizioni ha pubblicato in italiano il Corso al Collège de France del 1977 – 78 dedicato proprio al ‘Neutro’, ma anche ne ‘Il piacere del testo’ era molto presente questo anelito di Barthes: trovare un’elegante via d’uscita dal conflitto senza sottrarsi al conflitto (perché non ci sono segni e linguaggio senza conflitto).
Avere Barthes oggi, in questo momento in cui le identità si scompongono e si riconfigurano, sarebbe un dono meraviglioso. Ma abbiamo i suoi testi e possiamo fare quell’inestimabile
atto d’amore che è leggerli, dialogare con loro, restituirli.


