Resistere a un mondo cannibale: “La vegetariana” di Han Kang

SUL LIBRO

Con la sua scelta di non mangiare carne Yeong- hye diventa scandalosa e fonte di vergogna: un romanzo che parla di ribellione e affermazione di sé

La sudcoreana Han Kang è un’indiscussa protagonista della letteratura contemporanea e molto del suo successo lo deve a “La vegetariana” (Adelphi, 2016 nella efficacissima traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), vincitore nel 2016 del Man Booker International Prize, assegnato alla migliore opera di narrativa tradotta in inglese. Un libro che ho voluto leggere prima di affrontare l’ultimo lavoro della scrittrice – “L’ora di greco” – pubblicato nel 2023 sempre da Adelphi. Penso di aver fatto una scelta giusta: “La vegetariana” rivela un’autrice dalla forza inaudita e si propone come uno dei romanzi fondamentali di questo secondo decennio del 2000.

La trama de “La vegetariana”

“La vegetariana” è un libro breve (meno di 200 pagine), suddiviso in tre parti che raccontano la vita della giovane Yeong-hye dopo la sua scelta radicale di non mangiare e non cucinare più carne. Il primo ad osservare questa trasformazione è il mediocre e insensibile marito, incapace di comprendere la scelta della donna. Quindi tocca al cognato, un artista visuale d’avanguardia che coinvolge Yeong-hye, dopo un tentativo di suicidio e un ricovero in una clinica psichiatrica, in una performance ai confini tra l’onirico e il pornografico. Nell’ultimo episodio il punto di vista è quello della sorella, che dopo aver scacciato il marito è l’unica persona che prova ancora a salvare Yeong-hye dalla sua spirale autodistruttiva. Ma è davvero questo che sta facendo la vegetariana?

Come “Kim Ji-Young, nata nel 1982” di Cho Nam-joo, “La vegetariana” affronta la condizione della donna nel patriarcato coreano. Ma lo fa senza risparmiare nulla ai lettori che hanno almeno tre ottimi motivi per leggere il romanzo di Han Kang, uno per capitolo.

1. Il cibo e il corpo come campo di battaglia

Yeong-hye non solo diventa vegetariana, ma da sempre non indossa il reggiseno, esponendo il suo corpo magro agli sguardi obliqui degli altri. Suo marito l’ha scelta, per un matrimonio “sociale”, completamente svincolato dall’amore, perché anonima e docile e quindi all’altezza della sua mediocrità. Ma con la sua scelta di non mangiare carne Yeong- hye diventa scandalosa e fonte di vergogna per il marito, soprattutto quando è costretto a farsi accompagnare a un’importante cena aziendale. Ma è durante un pranzo di famiglia che la scelta della donna si manifesta come una ribellione, quando suo padre tenta letteralmente di ingozzarla con la carne. La violenza con cui reagisce e che la fa bollare come pazza è una disperata affermazione di sé che ci porta irrimediabilmente dalla sua parte.

2. La Madame Bovary del nostro tempo

La seconda parte del libro, raccontata in prima persona dal cognato di Yeong-hye, è quasi una storia a parte, tanto è dirompente e perturbante. Dopo essere stata vittima del marito, la protagonista viene usata dal cognato per realizzare una fantasia dell’uomo, incentrata su una voglia – una macchia mongolica – che la donna ha sulla schiena. Anche se Yeong-hye sembra quasi farsi coinvolgere, la sua volontà non è nulla per il cognato, che cerca solo una strada per rompere la sua alienazione con un’idea erotica a cui il corpo di lei è totalmente refrattario. L’uomo, incurante di ogni conseguenza, finirà per distruggere la sua famiglia e riportare la cognata in manicomio, dove Han Kang la rende la Madame Bovary del XXI Secolo.

3. L’umanità negata 

Nella terza parte del libro ci sono solo due donne. Due sorelle. Una rimasta madre single, l’altra ripudiata da tutta la famiglia. Una totalmente estranea alla società, che rifiuta il cibo, l’atra costretta all’insonnia e a resistere sul confine tra la vergogna e la dignità. Una che vuole trasformarsi in un albero, l’altra che vorrebbe restituirla all’umanità. Ma non si può dare ciò che non si ha. Così, nell’estrema deriva di Yeong-hye, la sorella intravede, infine, un coraggio che lei non ha avuto e che non potrà avere perché ha un figlio. Han Kang ci conduce con maestria e ferocia narrativa in un epilogo che ci afferra e ci porta nelle zone d’ombra del nostro quieto vivere, dove la vita urla e la vera rivoluzione è la possibilità del riposo.

 

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