Salone del Libro, che fatica! Siamo in overbooking?

di Valentina Bocchino e Simone Farello

 

In questi giorni, proprio durante il Salone Internazionale del Libro di Torino 2025, la casa editrice Tlon ha pubblicato una riflessione intitolata “La grande stanchezza del Salone del Libro”, che afferma: “Hanno perso più o meno tutti la convinzione che si possa davvero cambiare qualcosa, e questo ha generato una Grande Stanchezza che non è solo degli intellettuali ma dell’intero ecosistema culturale progressista. Chi ascolta è esausto quanto ci parla. Chi legge è disilluso quanto chi scrive”.

Eppure il Salone è stato assediato dal pubblico e le code per provare a partecipare a molti dei 2000 incontri organizzati erano infinite. Noi di Tre Buoni Motivi per Leggere abbiamo poi visto moltissimi giovani, anzi: la maggioranza dei visitatori era giovane.

Quindi, in realtà, tutto bene?

No: la stanchezza la sentiamo anche noi – anche se forse è di tipo diverso da quella di Tlon – e uno dei problemi è che il Salone è troppo. Andarci è come andare in un posto afflitto dall’overtourism. E non solo è troppo il Salone, è troppo il mercato dell’editoria, che infatti perde lettori mentre continua a sfornare titoli e ad allestire fiere, che a loro volta vengono soffocate, come è successo al Book Pride costretto, per sopravvivere, a confluire proprio nel circuito del Salone di Torino.

Il troppo stanca perché costringe tutti i soggetti che non siano i grandi marchi editoriali a una fatica immane per promuovere il libro come momento di incontro e di cultura. È faticoso per chi organizza presentazioni, dove è difficile che senza il grande evento si attivi la macchina dell’instagrammabilità. È faticoso per le librerie indipendenti, che per la loro dimensione sono poco interessanti per il mercato, anche se sono fondamentali per il territorio. È faticoso per le case editrici indipendenti, costrette a rincorrere le Fiere sopportando costi enormi solo perché è “obbligatorio” esserci. È faticoso per gli autori e le autrici meno conosciuti, a cui viene offerta una finta vetrina che serve solo a mettere il nome sul programma, perché tanto le code si fanno solo per i grandi nomi. È faticoso per i lavoratori dell’editoria, spesso precarizzati e sottopagati in nome della trappola del “lavorare per amore”.

E, infine, è faticoso per i lettori, perché prenotarsi per un evento è una gara estenuante, perché non possono comprare tanti libri a ogni fiera e non hanno, per la grande parte, il tempo per leggerli. E perché nei giorni e negli orari di maggior affluenza c’era una calca talmente grande da non riuscire neanche ad avvicinarsi agli stand.

Ecco: alla fine, il problema è che il mercato editoriale, come gli altri mercati (pensiamo a quello musicale), stanno divorando il nostro tempo: ci chiedono di consumare, di produrre contenuti al posto loro, di essere sempre pronti a rispondere alla chiamata delle grandi kermesse e delle uscite a ciclo continuo di titoli sempre più standardizzati, dove il nuovo e il diverso sono un’eccezione, esattamente come sta succedendo per le piattaforme streaming. Il mercato non ha tempo per l’attesa, per la lentezza, per la ricerca, per sperimentare novità che magari rischiano anche di andare male. O di andare benissimo, ma bisogna scommettere. Il mercato, del resto, deve vendere, non fare cultura.

Per liberarci dalla stanchezza dobbiamo liberarci dalla fatica e per farlo l’unica strada è recuperare la lentezza, il gusto della scoperta, il piacere di una cultura liberata dalle logiche del mercato algoritmico. Una strada che dipende da tutti noi che i libri li amiamo e che dobbiamo ripensarci non come consumatori ma come lettori: uscire dall’overbooking, è possibile.

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