Da De Coubertin a “Open” di Andre Agassi: storie di tennis, libri e ossessioni

Lo sport è incrocio di destini. Domenica 11 luglio Italia e Inghilterra si sfideranno a Wembley, tempio del football, per il titolo di Campioni d’Europa. Matteo Berrettini venerdì 9 luglio ha vinto la semifinale portando per la prima volta l’Italia in finale a Wimbledon, il più antico e prestigioso dei tornei.

Il tennis ha una storia complicata con le Olimpiadi. Presente sin dalla prima edizione venne escluso nel 1928. Verso lo sport dei gesti bianchi si accanì con particolare veemenza proprio il Barone De Coubertin, che non poteva sopportare che gli artisti della racchetta guadagnassero molti soldi.

Per lui lo sport era un passatempo per aristocratici che non doveva produrre alcun utile se non la gloria, come ho raccontato nel mio “Il Cuore di De Coubertin – Come Genova realizzò le vere Olimpiadi”, Erga Edizioni:

“De Coubertin odiava equanimemente borghesi e proletari: questi perché avevano il vizio di farsi pagare per lavorare, quelli perché si ostinavano ad arricchirsi pagando la gente per lavorare. […] Ma per quanto l’idea lo allettasse, una manifestazione sportiva riservata a nobili e ufficiali dell’esercito sarebbe stata più noiosa di un consesso diplomatico, con i ricevimenti ed i valzer di Strauss a far credere ai duchi e alle duchesse di contare ancora qualcosa rispetto ai primi ministri e alle loro consorti e, soprattutto, rispetto ai padroni del vapore.

In soccorso a De Coubertin giunse un americano, il professore di Princeton William Miligan Sloane, a cui si deve la l’elaborazione del concetto di dilettante. Dilettante è qualcuno che fa qualcosa esclusivamente per l’onore, la gloria e fare colpo sulle Duchesse. Difettando però l’America di Duchi, il concetto di nobiltà disinteressata venne applicato ai ricchi che sfoggiavano la salute dei loro eredi designati, ragazzi e ragazze, in una nuova dimensione dell’esclusività dove la consistenza del patrimonio contava assai più dell’araldica. L’insegnante convinse il Barone che l’astensione dal profitto poteva essere considerata una condizione transitoria e lo sport il ginnasio in cui la classe dirigente si esercitava, anziché all’onore delle coorti, al successo negli affari. Una forma diversa di predestinazione molto più corrispondente al protestantesimo e allo spirito del capitalismo.

De Coubertin era entusiasta: non solo poteva tenere lontani dalle sue Olimpiadi gli odiosi professionisti, che osavano esibire le loro doti in cambio del vile denaro; ma aveva un’ottima scusa per impedire alle classi lavoratrici di inquinare i suoi Giochi“.

Il tennis ha dovuto aspettare sino a Seoul 1988 per rientrare nel programma olimpico, quando iniziò lo sdoganamento del professionismo ai Giochi. Questo ha permesso ad atleti e ad atlete straordinarie di competere non solo per i quattro slam (Oltre a Wibmbledon, il Roland-Garros di Parigi, gli Australian Open e gli USA Open) ma anche per l’alloro olimpico.

Solo tre atleti hanno vinto tutti i tornei dello slam e le Olimpiadi, uno è Rafa Nadal, gli altri due sono marito e moglie: Steffi Graf e Andre Agassi.

Andre Agassi è anche l’autore di “Open”, Einaudi. Scritto con il decisivo contributo del giornalista Premio Pulitzer J. R. Moehringer, non è solo uno dei libri più importanti scritti sullo sport e sulla vita degli sportivi professionisti, ma uno degli spaccati più realistici del mondo in cui viviamo, ossessionato dalla performance e dal successo.

Agassi non si è fatto da solo, ma “è stato fatto” dalla smodata e compulsiva ambizione di suo padre, emigrato iraniano in USA (con alle spalle due partecipazioni olimpiche come pugile!) che ha provato ha far diventare tutti i suoi figli campioni, sottoponendoli ad allenamenti massacranti sin da bambini. Con Andre ci è riuscito.

Agassi è stato uno dei tennisti più glamour del circuito, famoso tanto per il suo gioco che per la sua vita privata, soprattutto quando sposò la modella Brooke Shields, baby attrice prodigio degli anni ’80, ma durò solo due anni.

“Open” è un libro di grande impatto perchè dice una cosa che non riguarda solo gli sportivi, ma tutti coloro che trasformano la loro passione in un lavoro (vale quindi anche per gli scrittori, o i musicisti, i politici e molti altri): che ciò che ami diventerà ciò che odi di più al mondo. Perchè fare bene qualcosa, qualunque cosa, costa fatica, una fatica così grande da farti provare un solo desiderio: smettere. Ma quando smetterai avrai solo un desiderio: farlo, ancora, anche solo per gioco.

“Open” è un libro che esplora molti confini interiori ed esteriori ed è bellissimo. Andre Agassi ha vinto tutto e ha scritto un grande libro: gioco, partita, incontro.

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