Giorno della Memoria: due letture per un futuro da costruire insieme

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A volte sembra quasi che tutte le cose che facciamo per costruire un’identità condivisa siano destinate a finire intrappolate tra le ridondanze della retorica e la tentazione di piegare la storia alle esigenze del presente. Anche il Giorno della Memoria è incastrato tra il formalismo delle celebrazioni, dove la solennità sfuma nella ripetizione di gesti distaccati dal sentimento e dalla consapevolezza, e un dibattito dove le ragioni e i valori che ispirano il Giorno della Memoria vengono rimodellati per cancellare le responsabilità – delle Leggi Razziali e dei collaborazionismi – e per riposizionarsi in un mondo sempre più infuocato dalle guerre.

Il rischio è che il Giorno della Memoria diventi in qualche modo un giorno dell’oblio, della rimozione che la Shoah e l’Olocausto si sono generati insieme e dentro la più grande guerra che il mondo abbia mai vissuto.

Inoltre si dà sempre più spesso per scontato che la memoria sia data una volta per tutte e non sia invece un prodotto della storia in continua negoziazione e trasformazione.

Le due letture che abbiamo affrontato in questi giorni e che vi proponiamo affrontano entrambi questi problemi, tentando di preservare il valore del 27 gennaio e di quello che rappresenta.

“All’ombra dell’olocausto” di Masha Gessen (articolo pubblicato sul numero 19-25 gennaio 2024 di ‘Internazionale’)

Masha Gessen è una giornalista e scrittrice ebrea, costretta ad allontanarsi dalla Russia di Putin per continuare a condurre le sue battaglie sui diritti LGBT. L’abbiamo conosciuta leggendo il suo strabiliante libro “Dove gli ebrei non ci sono. La storia triste e assurda di Birobidzan, la Regione Autonoma Ebraica nella Russia di Stalin” (Giuntina, 2021).

In un lungo articolo pubblicato sul numero del 19 gennaio della rivista ‘Internazionale’ affronta tutte le controversie che stanno animando le legislazioni memoriali europee, concentrandosi sull’uso strumentale del ricordo della Shoah da parte di partiti di estrema destra e nazionalisti, soprattutto nell’Est Europa, e sulla disinvolta e spesso antistorica attribuzione di “nazismo” ai propri nemici di oggi, in particolare su fronte Russo – Ucraino.

In entrambi questi fenomeni, poi, gioca un ruolo lo Stato di Israele ed è con grande rigore che Masha Gessen affronta la questione della differenza tra antisemitismo e contestazione delle politiche israeliane del recente passato e, soprattutto nel contesto dell’attuale conflitto a Gaza.

L’autrice ci fa capire che non solo esiste la banalità del male, ma che la banalizzazione è sempre un male, che soffoca la necessità di un dialogo vero e la responsabilità che dovremmo sentire tutti nel non metterci dalla parte sbagliata della storia in nome di un passato insondabilmente tragico.

“Quando ascolterai questa canzone” di Lola Lafon (Einaudi, 2024) 

Abbiamo letto questo breve libro (pubblicato in Francia nel 2022) appena uscito e non possiamo che consigliarvi di fare altrettanto: vi costringerà a non staccarvi dalle pagine sino a quando non sarete arrivati alla fine, immergendovi nell’esperienza raccontata dall’autrice, che ha passato un’intera notte nella casa dove si rifugiò Anna Frank e scrisse il suo diario prima di essere deportata e uccisa a Bergen-Belsen.

Quella casa di Amsterdam oggi è un Museo, ma Lola Lafon la abita quando è chiuso, senza visitatori: perché il suo obiettivo è proprio quello di de-museizzare Anne Frank, di ricostruire la voce di una donna e di una scrittrice la cui storia è stata forzata, travisata, usata, anche quando le intenzioni erano buone. Perché non ci viene mai detto che del Diario di Anne Frank esistono due versioni (una più intima, una “riscritta” dalla stessa Anne pensando a chi avrebbe letto); perché pochi di noi sanno o ricordano che dal libro trassero uno spettacolo e un film con il lieto fine e che non doveva essere “troppo ebreo”.

Lola Lafon non parla poi solo di Anne, della sua irrimediabile assenza, ma del difficile percorso dei sopravvissuti e dei loro figli (l’autrice è nata nel 1974) che spesso volevano non essere ricordati, ma essere dimenticati dalla normalità di un quotidiano impossibile: “Essere francesi era un’impresa di tutti i giorni, di ogni momento”. Parla, in uno straordinario capitolo, della sua anoressia come un modo per elaborare il rapporto tra memoria identità e oblio.

Lola Lafon parla, infine, di come la costrizione all’esilio e la persecuzione ideologica continui ad attraversare i nostri tempi, arrivando ad affermare: “Nutro un affetto particolare per quelli che non si rivendicano di nessun paese, che non celebrano nessuna terra. La loro scrittura sradicata attecchisce nella notte, una notte più vasta di qualsiasi paesaggio. Volteggiano tra le identità, ed è questo che me li rende cari. Li seguiamo nelle loro peregrinazioni, e non è più così greve essere smarriti, insieme”. 

In quella, parola, insieme, c’è il bagliore di un futuro possibile.

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