Tre buoni motivi per (non) leggere “Perfect Blue” di Yoshikazu Takeuchi

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1 out of 5 stars (1 / 5)

Decisamente troppo splatter, malato e inverosimile


Da buona amante del Giappone quale sono, l’anno scorso a Lucca avevo acquistato con entusiasmo “Perfect Blue” scritto nel 1991 da Yoshikazu Takeuchi ed edito in Italia da Kappalab. Mi interessava il tema delle idol e dei fan “ossessionati” dalla loro purezza, forse un concetto un po’ difficile da capire in Italia, ma reso benissimo ad esempio nel documentario “Tokyo Idols” su Netflix. Poi come spesso succede il libro è finito in cavalleria data l’enorme mole di libri che mi aspettano sul comodino. Insomma, l’ho letto in questi giorni, ma non mi è proprio piaciuto.

La trama in breve: Mima Kirigoe è una idol (nella cultura giapponese, il termine si riferisce a un adolescente che diventa molto popolare nel mondo dello spettacolo) molto amata nel panorama pop giapponese, e per dare una svolta alla sua carriera decide di abbandonare la tradizionale immagine pura e innocente tipica delle idol per una molto più sexy. Ma non tutti i fan apprezzano, e uno in particolare si mette in testa di “salvare” la sua Mima e di riportarla sulla retta via. L’ossessione diventa radicale.

Ecco tre considerazioni:

1 È splatter. Decisamente troppo splatter, disturbato e disturbante per i miei gusti. Soprattutto all’inizio (spero di non spoilerare) quando il fan pazzo se la prende con una bambina mi ha fatto venire i brividi. Sì, la violenza sui bambini per me è un tema decisamente “tabù”, non mi diverto né mi rilasso a leggerla soprattutto quando abbonda in particolari. Per me anche nel mondo della letteratura e nell’arte ci devono essere a un certo punto dei limiti, e la violenza sui bambini raccontata tanto per raccontarla – ovvero quando non ha un chiaro scopo di denuncia o riflessione – è un limite. Ma non ci si ferma alla violenza sui bambini. Poi alla fine vabbè, diventa totalmente irreale, sembra quasi di vedere un anime. Ammetto di aver saltato alcune mezze pagine per l’orrore.

2 Dunque, è ambientato in Giappone negli anni ’90, e sappiamo che la figura della donna nella società giapponese solo ultimamente ha iniziato ad avere un certo peso. E nella lettura si capisce forte e chiaro il pensiero dello stalker per cui la sua ossessione è colpa delle solite “donne tentatrici e bugiarde”. Ma insomma, non riesco a pensare che stalking e atti persecutori (a certi livelli molto espliciti, minacce incluse, cioè ci mancava la testa di cavallo nel letto, poi c’era davvero tutto) fossero così sottovalutati dalle protagoniste stesse che fanno tutto tranne che chiamare la polizia. Voglio pensare e sperare che si tratti di finzione letteraria. Un po’ tanto esagerata.

3 Ho letto la postfazione dell’autore, che spiega in qualche modo il significato più nobile del libro, ovvero parlare della lotta tra una idol e un fan ossessivo, fenomeno che comunque in Giappone esiste (basta vedere, come dicevo prima, il documentario “Tokyo Idols”). Peccato che la parte “nobile”, che dovrebbe far riflettere, o indagare un po’ di più in questo mondo, sia oscurata da una narrazione che non entra in profondità, ma preferisce rimanere in superficie, perdendosi piuttosto nei dettagli splatter e malati. Insomma, poca riflessione, tanto orrore.

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