Tre buoni motivi per leggere “La tigre bianca” di Aravind Adiga

5 out of 5 stars (5 / 5)
  • Adrenalinico
  • Mostra il disordinato e sfavillante contrasto tra ricchezza smodata e povertà abissale delle megalopoli asiatiche 
  • Fa ridere ma anche riflettere

Con ‘La tigre bianca’ (Einaudi) lo scrittore indiano Aravind Adiga ha vinto il Booker Prize nel 2008. In quegli anni le potenze asiatiche – Cina e India – sembravano immuni alla grande crisi dell’occidente: la loro economia ruggiva, crescendo impetuosa, e i tre miliardi di abitanti di quella parte del mondo si candidavano ad essere il motore del XXI Secolo. Qualunque grande trasformazione umana e sociale produce le sue storie, e sicuramente la letteratura indiana è, non solo per motivi linguistici, è la più accessibile al nostro gusto. E se Bollywood è la Hollywood asiatica, Adiga si candida ad essere il Dickens degli slum: altrettanto avventuroso, molto più feroce. Da questo best seller, l’omonimo film Netflix.

La trama in breve: la tigre bianca è Balram Halway, che dall’ufficio della sua start-up a Bangalore, scrive per sette notti altrettante lettere a “Sua Eccellenza Wen jiabao, Ufficio del Primo Ministro, Pechino, Capitale della Cina, Nazione Amante della Libertà”. Il suo obiettivo è quello di illustrare al politico, che sta per venire in visita in India, la propria parabola. Da sguattero nello sperduto villaggio di Laxmangarah a tassista, da autista di un discutibile imprenditore del carbone a New Delhi ad assassino e quindi a ricco e rispettabile uomo d’affari. Il cuore del romanzo è il rapporto che lega Balram al suo capo, Mr Ashok.
Mr Ashok è fratello della Mangusta e figlio dell’Airone, uno dei quattro padrini del Distretto di cui è originario Balram, assurto a grande potente corrompendo il governo in un Paese in cui la corruzione è istituzionale. Mr Ashok è tornato dall’America con sua moglie, la bellissima e capricciosa Pink Madame, per amministrare gli affari di famiglia, e si rivelerà troppo buono per il suo mondo e non abbastanza buono per il suo servo.                            Il contrasto tra tutto quello che Mr Ashok può avere e Balram solo sbirciare dallo specchietto retrovisore produrrà esilaranti avventure e un cinico, spietato, inevitabile sviluppo degli eventi.

Gli Indiani, ci spiega Balram, hanno 36 milioni di Dei. I buoni motivi per leggere questo libro sono quasi altrettanti, ma cercheremo di condensare. Eccone tre.

1È un romanzo veloce nel senso migliore del termine: scorre, succedono un sacco di cose, l’adrenalina è sprigionata da personaggi e situazioni che divertono, soprattutto grazie al cinismo della voce narrante. Nel suo raccontare una storia quasi classica – l’ascesa dalle polvere alle stelle di un outsider dotato più di furbizia e fortuna che di talento -, ‘La tigre bianca’ si discosta però dal celebre ‘The Millionaire’, film Premio Oscar nel 2009: il sogno di Balram è anche un incubo; il suo successo è una storia criminale. In questo ‘La tigre bianca’ è ‘L’opera da tre soldi’ del nuovo millennio.

2Il disordinato e sfavillante contrasto tra ricchezza smodata e povertà abissale delle megalopoli asiatiche contemporanee è rappresentato da Adiga in modo magistrale. New Dehli è protagonista del romanzo quanto i protagonisti: “La capitale della nostra gloriosa nazione. La sede del Parlamento, del presidente, di tutti i ministri e primi ministri. L’orgoglio della nostra pianificazione urbana. La vetrina della Repubblica. È così che la definiscono loro. Lasci che un autista le dica la verità: la verità è che Delhi è una città folle”.  Una città che e ad un certo punto arriva a parlare con Balram:  “La città conosceva il mio segreto. […] Anche la strada – la strada liscia e lucida di Delhi, la migliore di tutta l’India – conosceva il mio segreto”. Se la dimensione urbana è il destino del nostro futuro globale, Adiga ne è un meraviglioso cantore.

3Le contraddizioni della crescita economica indiana diventano, nella penna di Adiga, macchine narrative pirotecniche, e spesso dalla trama principale si diramano episodi marginali che sono autentiche scintille di realtà surreale. Come quando Balram descrive le elezioni nel suo villaggio: “Il giorno delle elezioni un uomo impazzì. Accade ogni volta, a ogni elezione nelle Tenebre. […] Era già accaduto e ne erano stati testimoni Sapevano che non sarebbe riusciti a fermarlo”. Dissuaderlo da cosa? Da votare in prima persona, senza affidarsi ai capi bastone dei partiti. Ma quello che trasforma il nostro sorriso in riflessione è comprendere che l’India che descrive Adiga è quello che noi siamo già stati e saremo ancora, sempre. Balran, tigre bianca, non è un’eccezione, è uno di noi.

 

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