“Il concorso” di Sara Mesa: un libro working class e la difficile scelta tra sicurezza e dignità

Prima o poi diremo qualcosa sui motivi per cui le scrittrici spagnole siano tra le migliori narratrici delle dinamiche lavorative del nostro tempo e perché opere come “La lavoratrice” di Elisa Navarro o “Supersaurio” di Meryem El Mehdati difficilmente abbiano un corrispettivo italiano. Non solo: questi romanzi arrivano da noi senza alcun battage, grazie a case editrici indipendenti, come è anche il caso di “Il concorso” di Sara Mesa, edito nel 2025 da La Nuova Frontiera, nella bella traduzione di Elisa Tramontin. Ma in attesa del dibattito vi consigliamo questa lettura spiazzante e divertente in cui, purtroppo, molti potranno identificarsi.

La trama in breve

Sara ha ottenuto un lavoro a tempo determinato nella pubblica amministrazione ed è animata dalle migliori intenzioni, prima di scoprire che è molto difficile capire quello che dovrebbe fare e, soprattutto, farlo. L’ambiente del suo ufficio è assurdo e attraversato dalle dinamiche più sconclusionate e autoreferenziali.

Sara si trova così nella paradossale situazione di dover “inventare” il proprio lavoro per poterlo giustificare, anche se nessuno sembra pretenderlo, e intanto costruisce delle amicizie e studia per il concorso che le aprirebbe le porte del sospirato posto fisso. Per non sprofondare nelle sabbie mobili della noia, comincia a compiere piccoli atti creativi che si trasformano in granelli di sabbia nell’ingranaggio di una burocrazia che, alla fine, le chiederà il conto, ponendola di fronte a un bivio esistenziale di difficile risoluzione.

L’assurdità della società burocratica è un genere letterario con precedenti molto autorevoli, ma con “Il concorso” Sara Mesa riesce a rinnovarlo, mettendo in scena la sfida di una persona contro un meccanismo di omologazione.

E con la sua scrittura diretta ed efficace l’autrice ci dà tre ottimi motivi per leggere il suo romanzo.

1. Fantozzi nel XXI Secolo 

I personaggi de “Il concorso” potrebbero benissimo essere i protagonisti di un nuovo Fantozzi: l’enigmatico Monago, il protervo Direttore Echeverria, la controversa e affascinante informatica Sabina, la capetta Teresa, l’entusiasta Beni, i funzionari assenti, il comitato dei sette saggi imparziali. É grazie a loro che nel libro si ride, anche di gusto, se pur spesso amaramente.

Ma Sara, a differenza del ragioniere di Paolo Villaggio, prima di arrendersi al meccanismo dell’ufficio lo sfida e a differenza di Ugo Fantozzi ha qualche possibilità di vittoria, ed è per questo che il lettore soffre con lei e tifa per lei, sino alla fine.

2. Il teatro dell’assurdo del lavoro contemporaneo

Viviamo da tempo nella società magistralmente descritta da Franz Kafka ne “Il Castello” e ne “Il Processo”, dove il potere illogico della burocrazia schiaccia l’individuo. Una società grottesca, rappresentata dal palazzo-labirinto de “Le dodici fatiche di Asterix“, non a caso citato da Sara Mesa.

Ma “Il concorso” fa due cose particolari. La prima è la vista interamente dal di dentro della pubblica amministrazione: non vediamo mai Sara (che è la voce narrante) fuori dall’ufficio e l’unica apparizione dei cittadini è un assedio-rivolta contro il dipartimento in cui lei lavora a causa dell’imposizione di un sistema di prenotazioni on line molto disfunzionale. La seconda è la descrizione di un processo di alienazione che spegne il il lavoratore attraverso l’inutilità: l’unico motivo per essere al lavoro è… avere un lavoro. Solo ne “La fabbrica” di Hiroko Oyamada questo volto della contemporaneità è esposto con la stessa forza de “Il concorso”.

3. La lavoratrice in rivolta 

Se Albert Camus scrisse in “L’uomo in rivolta” come si può combattere l’assurdo dell’esistenza, Sara Mesa mette in scena la rivolta spericolata e irriverente di una lavoratrice che il sistema vorrebbe sottomettere. Sara, rivoltandosi, sa di assumersi dei rischi e inoltre deve combattere anche con sé stessa, perché integrarsi nell’ufficio e conquistarsi il posto fisso significherebbe mettersi al sicuro. Ma a che prezzo?

Inoltre il romanzo ci mostra come anche il pubblico impiego abbia introiettato meccanismi di sorveglianza di chi lavora e di competizione per lo status sperimentati nelle aziende private: due mondi sempre meno lontani. Così “Il concorso” si fa narrativa working class spingendoci a scegliere insieme alla protagonista, in un finale sorprendente, se sia meglio la sicurezza o la dignità.

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