“Chouquette” di Émilie Frèche: nevrosi e ipocrisie dei ‘super ricchi’ alla vigilia del crollo

SUL LIBRO

La storia di una nonna non convenzionale, che si rifiuta di "crescere" e vive nevrosi, vizi e ipocrisie di una classe agiatissima alla vigilia della crisi economica del 2008. Doversi occupare per forza del nipotino cambierà le sue prospettive

Avevo comprato “Chouquette” di Émilie Frèche (Liberaria, 2022) al Book Pride di Genova di qualche anno fa: avevo scambiato qualche parola con lo staff della casa editrice presente allo stand e mi aveva convinta. Sono riuscita finalmente a trovare il tempo per leggerlo, una piccola vittoria considerato che mi ispirava tantissimo, ma ero sempre presa da altre letture.

Se mi è piaciuto questo libro pubblicato da una piccola casa editrice indipendente con la traduzione di Marina Karam? Sì, molto. Ecco perché.

(E se non lo sapevate, dal libro è stato tratto anche l’omonimo film di Patrick Godeau).

La trama in breve

Il libro parla di Catherine, 64 anni, un bell’aspetto, molta voglia di godersi la vita e un portafogli molto, molto gonfio. Anche per questo non è per nulla intenzionata a occuparsi di Lucas, il nipotino di 5 anni, neanche se sua figlia e il marito, due medici, annunciano di voler andare qualche settimana in Africa per un progetto umanitario.

Insomma, il bimbo viene spedito in colonia e Catherine è libera di “godersi” la sua libertà andando a Saint Tropez, immersa nel lusso e negli agi, con un’amica che poi molto amica non è, nell’eterna attesa di un marito che l’ha lasciata (lei sembra l’unica a non essersene accorta), e partecipando a feste che – alla vigilia della disastrosa crisi economica del 2008 – sembrano gli ultimi fuochi d’artificio di un’era ormai al crepuscolo.

Ma un imprevisto la costringerà a dover andare a prendere di corsa il nipotino (da cui si fa chiamare “Chouquette”, il soprannome che aveva in gioventù, perché la parola “nonna” è bandita) occupandosene lei. E riscoprendo il calore e l’affetto di cui solo i bambini sanno essere capaci.

Ecco tre buoni motivi per leggerlo.

1. Gli ultimi fasti di una classe agiata sull’orlo del baratro

Come ho scritto prima, “Chouquette” è ambientato sullo sfondo della crisi finanziaria del 2008, con il fallimento della Lehman Brothers. Catherine e i suoi amici, persi tra feste decisamente cringe, flirt improbabili e nevrosi da “ricchi”, sembrano non preoccuparsene più di tanto. Ma una delle scene più belle del libro descrive la festa su uno yacht: tutto è scintillante e, contemporaneamente, tutto è in decadenza. La maggior parte delle persone pensa solo a come spendere i soldi, provando gli eccessi di chi in realtà vuole solo sfuggire alla noia e al vuoto, ed è inconsapevole del ciclone che sta per arrivare. In pochi sono veramente preoccupati e passano per delle “Cassandre”, noiosi guastafeste, o comunque per persone che si preoccupano solo in quel momento, senza essere riuscite a invertire la rotta quando forse ancora si poteva.

Ed è lì, durante quella festa, in cui gli ospiti si “passano” letteralmente Lucas come un pacco pur di non prendersi cura di lui, che Chouquette inizia seriamente a rendersi conto di quanto sia tutto molto squallido.

2. L’amore può salvarci

Il finale, seppur un po’ frettoloso, contiene la morale del libro: Chouquette apre gli occhi e capisce che a salvarla non saranno le feste da milionari o i pettegolezzi con amiche per niente leali. Nè tantomeno un marito decisamente poco fedele, la piscina della sua villa a Saint Tropez o i ritocchini per sembrare più giovane.

E lo capisce quando il nipotino Lucas le si accoccola addosso facendole provare il contatto fisico di un esserino bisognoso che la spiazza perché senza secondi fini, senza ipocrisie, senza pregiudizi. Perché alla fine, a salvarci, sarà l’amore. E non quello per i soldi, l’apparenza o le feste.

3.  Un personaggio complesso

Chouquette è un personaggio complesso e indimenticabile. Nel senso che per tre quarti del libro risulta insopportabile: egoista, menefreghista, ignorante quanto basta per non interessarsi molto al lavoro del (ex) marito. Finisce per fare pena perché vittima di se stessa, di un’apparenza da salvare a ogni costo, di una finta idea di indipendenza e libertà. Una storia come tante, forse casi più frequenti di quanto pensiamo.

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