Tre libri per leggere storie di campioni e campionesse che cadono (e a volte si rialzano)

Lo sport vive di eroi e di eroine, di imprese che portano alla gloria imperitura. Chi fa sport non lo fa mai solo per partecipare ma per vincere: contro gli avversari, sempre, contro sè stessi, quasi sempre. Chi guarda lo sport, è innegabile, ama vedere gli eroi cadere: perché ama ancora di più vederli rialzare. In questo lo spettatore, anche quello più competente e appassionato, è spesso vittima della trappola del proprio desiderio: perché l’eroismo significa, come racconta bene Matteo Nucci nel suo “Achille e Odisseo – La ferocia e l’inganno” (Einaudi), confrontarsi ogni giorno con l’abisso inevitabile della mortalità, della finitezza, del dolore. La gloria è una protesta contro tutto questo, ma è labile. Soprattutto è molto poco eroica.

Così, in questi giorni di Tokyo 2020, la scena se l’è presa più di ogni altro Simone Biles, la campionessa di ginnastica artistica che ha abbandonato dopo il primo esercizio la prova a squadre, perché “preda dei demoni”. Quei demoni non sono altro che ciò che l’ha resa grande: un talento smisurato e precoce.

Ancor prima della Biles abbiamo visto cadere Benedetta Pilato, sedicenne prodigio del nuoto italiano, squalificata in batteria ed ora di fronte al bivio di tanti: continuare o lasciare ad altri le aspettative su di lei. Il bivio tra essere come Federica Pellegrini (caduta e rialzatasi più volte) o come la lituana Ruta Meilutyté, olimpionica a Londra 2012 a diciassette anni e infine scomparsa nel nulla, anche dai social, come il fisico Majorana raccontato da Leonardo Sciascia (scienziati e sportivi hanno a che fare con qualcosa che tutti gli altri non capiscono). La sua storia la racconta Giuseppe Pastore nel suo “Il nuoto è uno sport violento”, nella raccolta “La caduta dei campioni – Storie di sport tra la gloria e l’abisso” (Einaudi), curato dai giornalisti e scrittori dell’accurato sito “L’ultimo uomo” – https://www.ultimouomo.com.

Oltre a quella della ranista lituana, leggiamo del tennista Marat Safin, del cestista Andrea Bargani, del ciclista Marco Pantani e di tanti calciatori (e questo sbilanciamento è forse l’unico limite di questo volume). Storie che finiscono bene, nella vita ma non nello sport. Storie tragiche, che finiscono e basta, come appunto quella del ciclista romagnolo, il più amato di sempre dopo Coppi e Bartali. Storie di lacrime: perchè gli sportivi piangono, molto, proprio come gli Achille e Odisseo di Matteo Nucci: “Per essere uomini, ossia per realizzare la propria umanità nell’eroismo, è necessario misurarsi con ogni parte di sé. Non esiste sfera della nostra condizione mortale che possa essere messa da parte. Meno che mai le emozioni. Chi vuole essere eroe deve vivere fino in fondo le proprie emozioni, deve fare i conti con ciò che i sogni nella notte rivelano della sua personalità più nascosta e deve mostrare con la più assoluta naturalezza ciò che prova: i desideri e il disgusto, le speranze e le paure, la frustrazione e l’ira, e il dolore, il dolore che proviamo sempre, nella felicità e nella tragedia. E’ per questo che gli eroi omerici piangono dall’inizio alla fine dei poemi senza tregua e indistintamente”. Sostituite campioni ad eroi e il cerchio è chiuso.

Il grande pregio delle storie di “La caduta dei campioni”, oltre ad essere assai ben scritte, è che descrivono bene la realtà materiale e quotidiana di chi vive di sport. Senza retorica: è una vita violenta: “Nella giornata tipo di Ruta Meilutyté la sveglia suona alle 4:50 del mattino. La perfezione sta nel rispettarla e viverla come un’alleata, esplicitando il concetto al suo mondo in un tweet scritto tra uno sbadiglio e l’altro: <<Le mattine in cui tutto quello che vorresti è tornare a dormire, ma invece scegli di andare in piscina, sono quelle che contano di più>>”. E tutto questo per essere continuamente sospesi: “In continuazione si vince e si perde per otto centesimi, o anche meno, si perpetua in ogni torneo la tortura psicologica di perdere un oro o un podio per un battito di ciglia”. La chiosa di Giuseppe Pastore è netta e incontestabile: “E se non capite la violenza di giocarsi una vita di fatica e sacrificio, un primo o un secondo posto sulla base di otto centesimi di secondo, lo sport non fa per voi”. 

Ma non sono solo gli olimpionici e le olimpioniche che vivono in questo modo: chiunque si dedichi allo sport agonistico vive le stesse sensazioni, corre gli stessi rischi. Lo racconta benissimo nel suo diario di ginnasta “La magia del prossimo volo”, Alessandra Pesce (Erga), che ha dovuto fare i conti con un infortunio che interrotto la sua carriera ma non i suoi sogni, che trovano solo un altro spazio in cui librarsi nel possibile e specchiarsi nei nostri limiti.

Un giorno qualcuno racconterà la storia di Simone Biles: ma lei l’ha vissuta e ce l’ha donata.