Sport, Olimpiadi e il ruolo fondamentale dell’allenatore: “Capolavori” di Mauro Berruto

In due giorni alle Olimpiadi di Tokyo si è consumata una piccola tragedia sportiva nazionale. Per la prima volta nel dopoguerra nessuna rappresentativa italiana negli sport di squadra ha raggiunto la semifinale. Fuori ai quarti di finale il basket 3X3 femminile, il basket maschile (comunque grande sorpresa positiva), il volley maschile, la pallanuoto maschile (lo sport di squadra italiano più titolato a livello olimpico), il volley femminile (su cui erano riposte enormi aspettative).

Come spesso accade nello sport ad essere criticati sono e saranno soprattutto gli allenatori. In campo non ci vanno loro e, cosa che sanno in pochi, alle Olimpiadi non vengono nemmeno premiati: responsabili di tutto, non mettono al collo le medaglie. Eppure i tecnici sono decisivi, così decisivi che atleti e atlete di discipline individuali sono ormai circondati da allenatori: il tecnico, il preparatore atletico, il nutrizionista, il mental coach. Del resto, come ci ricorda nel suo acuto e spietato saggio “L’industria della felicità” (Einaudi), William Davies, la società in cui viviamo è sempre più competitiva, sempre più ossessionata dalla performance, sempre più “sportiva”, nell’eccezione esasperata del termine. Così le aziende ci connettono a sistemi che monitorano quanti passi facciamo al giorno e quello che era il privilegio borghese della psicoanalisi è stato sostituito dai personal trainer di ogni tipo di cui molti di noi si circondano.

Un tempo non lontano l’allenatore era tutto, in una squadra. Tecnico, motivatore, padre, fratello maggiore, dispensatore di punizioni e premi, guru. Un artista che viveva all’ombra delle opere d’arte – i campioni – di cui non erano artefici ma, semplicemente, rivelatori. È questo il senso del titolo dell’interessante e ricchissimo libro di Mauro Berruto: “Capolavori”, Add Edizioni. Mauro Berruto è stato allenatore della nazionale di volley bronzo alle Olimpiadi di Londra 2012, poi Amministratore Delegato della Scuola per Scrittura Holdel di Alessandro Baricco, quindi Direttore Tecnico della Nazionale di Tiro con l’Arco. Ora non è nel mondo dello sport, ma il suo libro, un saggio pieno di storie e di immagini (senza slide!), spiega benissimo cosa significhi allenare: riconoscere le qualità di qualcuno e farle emergere, come si estrae una scultura da un blocco di marmo apparentemente inerte. In quella che Montalban definì, in uno dei suoi libri più belli, la solitudine del manager. 

Berruto, poi, ci spiega come sia difficilissimo allenare una squadra: “Le squadre sono organismi sempre orientati verso la ricerca di un’identità, ma di un’identità che non è mai definitiva. Sono sistemi dinamici che modificano le proprie caratteristiche di giorno in giorno. Si adattano, si trasformano e devono trovare un nutrimento per poter sopravvivere. Fortunate, dunque, le squadre che si sanno aprire alle alterità, si fanno contaminare, sanno cambiare, nonostante sabotatori e resistenti”. Nell’allenare sono in gioco la fiducia, i valori, l’eterno conflitto tra conservazione (abbiamo sempre fatto così, perché cambiare? Chiediamolo agli schermidori italiani…) e il cambiamento, che provoca entusiasmo ma anche resistenze.

Come l’arte lo sport ha i suoi canoni, che non mutano sino a quando non dilagano: dopo l’invenzione di Dick Fosbury alle Olimpiadi del 1968, la maggior parte degli atleti continuò a saltare in ventrale sino alla fine degli anni ’70.

L’allenatore rivela gli artisti e in questo compie il suo capolavoro. O il suo disastro. L’allenatore assomiglia molto agli editor, oscuri artefici del successo di molti scrittori, perché ogni gesto individuale è un lavoro di squadra o, semplicemente, non è. Guardando la ginnasta Nadia Comaneci in televisione alle Olimpiadi di Montreal 1976, Berruto scopre che: “[…] da una parte uno sconfinato amore per lo sport, tutto, dall’altra la consapevolezza di quanto sia importante, bella e appagante la capacità di saper fare bene un gesto. Arrivando alla perfezione, come Nadia Comaneci, oppure inseguendola. Fare bene un gesto”. Lo sport è arte quanto l’arte è performance. Gesto.

Gesto che è rapporto con gli altri e la realtà: “Ci sono fattori non allenabili o, meglio, situazioni che non possiamo sapere se si presenteranno. Ciò che possiamo decidere, invece, è come ci comporteremo qualora si presentassero. E’ così, in generale, nella nostra vita: non si centra il bersaglio senza sapere uscire dalla traiettoria ideale. E così ogni volta che tentiamo di trasformare il nostro potenziale in eccellenza (o quello delle nostre squadre) in eccellenza. Quando ci riusciamo, forti di una nuova consapevolezza che va oltre la sola conoscenza della tecnica, abbiamo realizzato il nostro personale capolavoro”. 

Se vogliamo comprendere perché lo sport sia così importante, perché le Olimpiadi siano un fatto così universale, non ci sono libri molto migliori di “Capolavori” di Mauro Berruti, allenatore.

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