Tre buoni motivi per leggere “Pyongyang Blues” di Carla Vitantonio

4 out of 5 stars (4 / 5)

Cronache da uno degli Stati più “blindati” del mondo


Mi aggiravo in cerca di novità sui siti delle case editrici e… eccolo qua, il libro che non mi aspettavo di trovare: il racconto di una cooperante italiana che ha vissuto per quattro anni a Pyongyang (chiamata “Rimini” dall’autrice e dai suoi amici in un buffo tentativo di sfuggire ai servizi segreti su Skype), in Corea del Nord, forse uno dei luoghi più segreti e inaccessibili al mondo, uno Stato totalitario con un livello del rispetto dei diritti umani classificato da Amnesty International come uno tra i più bassi del mondo. Insomma, non proprio un posto in cui entri così per caso. Anzi. A una prima occhiata, “Pyongyang Blues” di Carla Vitantonio (2019, Add Editore) sembrava non soltanto un reportage, ma anche un resoconto che sapesse tenere un certo ritmo nella narrazione. Mio, subito.

E allora ecco tre buoni motivi per leggerlo:

1 Perché è strutturato bene, è gradevole, tiene un ritmo vivace e si legge con facilità nonostante tratti un tema così delicato e complicato. È il racconto per certi versi scanzonato e ironico di una 30enne che piomba in un Paese così diverso. Bella l’idea di comporre il sommario come una partita a Monopoli con lanci di dadi, imprevisti e possibilità.

2 Mi ha colpito una cosa che l’autrice ripete – o comunque fa intendere – più volte: spesso le sue opinioni personali le ha tenute per sé perché aveva la consapevolezza di poter essere impopolare esprimendole. In generale cerca di non schierarsi da una parte piuttosto che dall’altra, vuole essere un’osservatrice oggettiva, ed è questo il punto: è molto difficile giudicare una cultura quando tu provieni da un’altra cultura così lontana e diversa, e sei profondamente convinto (come i nordcoreani, del resto) che il modo in cui sei cresciuto, i tuoi valori, il modo in cui si affronta la politica nel tuo paese, siano i migliori possibili. E del resto è molto difficile, credo, provare a impostare un ragionamento del genere senza sentirsi subito additato come “favorevole” a un indifendibile regime (cosa che l’autrice – e si capisce bene in certi punti – non è).

3 Della Corea del Nord e di Kim Jong Un ne abbiamo sentito parlare molto, in questi ultimi anni: ho letto anche “Fuga dal campo 14” di Blaine Harden, che raccoglie la terribile testimonianza di un coreano evaso da un campo di prigionia. Ecco, chi si aspetta però di trovare un libro che denuncia a spada tratta una dittatura feroce fatta di prigionie, torture, arresti, minacce e pericoli di morte ogni giorno rimarrà deluso: semplicemente perché l’autrice con grande onestà descrive i posti e le situazioni che ha vissuto in prima persona, tenendo conto che in Corea del Nord le persone (soprattutto se straniere) non possono muoversi come e dove vogliono, sono strettamente controllate/spiate e… tante altre cose che si leggono nel libro. Che parla della vita quotidiana, con tutte le difficoltà del caso. Ma che sfata però anche qualche luogo comune. Da sottolineare infine che c’è un alto livello di segregazione tra coreani e stranieri (e anche questo viene spiegato), proprio per tenere questi ultimi all’oscuro delle reali condizioni di vita nel Paese. Quindi molte cose la stessa scrittrice le percepisce, le immagina, ma non le vede né le vive. Ma questo non vuol certamente dire che manchino le riflessioni, i momenti “bui” o quelli di sconforto, soprattutto verso la fine del libro.

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