Tre buoni motivi per leggere ‘Lo sport e il confine del mondo’, di Sergio Tavčar e Marco Ballestracci

SUL LIBRO

Sport e identità: il caso Jugoslavia

Il 2021 è stato un anno denso di commemorazioni: i vent’anni del G8 di Genova e i vent’anni dell’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre. Molti saggi, articoli, racconti sono stati scritto a proposito di questi eventi epocali ed anche noi di Tre Buoni Motivi per Leggere lo abbiamo fatto. Ma il 2021 è anche stato il cinquantenario di una piccola grande realtà televisiva, Tele Capodistria, e il trentennale dell’indipendenza della Slovenia e della Croazia, che pose fine alla storia della Jugoslavia. “Lo sport e il confine del mondo”, edito nella collana ‘Fuoricampo’ dal sempre più sorprendente e ricco catalogo Mattioli 1885, racconta attraverso lo sport quello che è forse il vero confine del Secolo Breve: la fine dell’ultima utopia cosmopolita d’Europa.

Il libro, in breve: il confine di Fernetti, poco lontano da Trieste, è molto di più che un tratto convenzionale che separa un Paese da un altro. È stato, per lungo tempo, il confine tra due idee del mondo, tra l’occidente e la cortina di ferro. Tra l’ovest e l’est. Tele Capodistria era una televisione per la minoranza italiana in Slovenia fatta da molti che appartenevano alla minoranza slovena in Italia, come lo stesso Tavčar, che commentava il basket con Dan Peterson. Era molto seguita negli anni ’70 e ’80 in tutta Italia, soprattutto perché trasmetteva sport. Il libro racconta, in poche densissime pagine, il punto di vista particolarissimo sulla dissoluzione della Jugoslava: quello di un giornalista sportivo, che consegna le sue memorie al collega Ballestracci a un bar di Opicina, Trieste. Perché la guerra jugoslava fu anticipata dagli scontri allo stadio Maksimir di Zagabria tra gli ultras della Dinamo Zagabria e quelli della Stella Rossa di Belgrado (comandati dal famigerato comandante Arkan) e forse è finita quando anche il tennista serbo n° 1 al mondo Nole Djokovic ha tifato per la Croazia nella finale dei Mondiali di Calcio del 2018.

Per me è stato un libro molto sentito. Soprattutto per questi tre motivi:

1 Cosa era la Jugoslavia? Una grande eccezione. L’unico stato multietnico sopravvissuto alla seconda guerra mondiale. Uno stato socialista che guidava i paesi non allineati. Uno scampolo di Mitteleuropa in un mondo diviso in due blocchi. E un paese fortissimo negli sport con la palla. Basket, pallanuoto, pallamano, volley e anche il calcio. Tavčar spiega molto bene perché lo “sport talvolta è uno strumento d’identità, un mezzo per comprendere chi siamo veramente“. Le nazionali e le squadre jugoslave erano la somma della capacità di sacrificio slovena, del genio croato, della spavalderia serba, della fisicità resiliente montenegrina, dell’estro bosniaco. Era impossibile non amarle e non odiarle, perché la loro abilità con il pallone era frutto del piacere di stupefare l’avversario, di beffarlo con l’arte di un gesto. Un’esperienza irripetibile che è meraviglioso e struggente rivivere in questo racconto.

2 Cosa è l’identità? “Tenuto conto della storia della mia famiglia io, Sergio Tavčar, di che nazionalità sono?” “Sono nato nel 1950 a Trieste. Quell’anno la città non era ancora stata assegnata all’amministrazione civile italiana e apparteneva alla Zona A, amministrata dagli Alleati. Perciò non posso dire d’esser nato italiano. […] Lo sono diventato nel ’54, dopo il memorandum di Londra”. Ma per gli italiani è sempre stato uno s-ciavi. Uno schiavo. Poi questo giornalista, che ha come sua capitale di riferimento Vienna è stato in bilico su molti confini ed oggi, per definirsi si chiede per che nazione tifa alle Olimpiadi e risponde, in italiano, Slovenia. Questo libro è un ‘Goodbye Lenin” jugoslavo, dove la nostalgia per il mondo dissolto si accompagna alla volontà di costruire un’identità nel presente, osservando un pallone entrare in un cesto in un playground di  Belgrado o di Ljubljana. Da cittadino del mondo.

3 L’assedio di Sarajevo e il massacro di Srebenica sono le tragedie più note della guerra jugoslava, che dilaniò i Balcani e mise l’Europa di fronte al riemergere dei nazionalismi dopo il crollo del muro di Berlino. Per chi visse quei giorni vederli ripercorsi è lancinante, ed è vero che furono i palazzetti e gli spogliatoi ad anticipare la mattanza, quando giocatori sino a un giorno prima riuniti sotto la stessa bandiera scoprirono di averne due, tre, quattro tra cui scegliere. Questo è un libro di storia senza esserlo, ed è così più autentico e vivo. E’ tragico senza essere rassegnato. Racconta un sogno infranto, ma anche i possibili sogni a venire: perché i popoli possono sempre scegliere le loro storie, e possono essere ance di incontro, di ponti e di pace. Ne ‘Lo sport al confine del mondo’ ciò che conta è il confine.

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