Tre buoni motivi per guardare “La vita bugiarda degli adulti” su Netflix

Con molte aspettative e molta curiosità, abbiamo visto la serie Netflix tratta da “La vita bugiarda degli adulti” (e/o) di Elena Ferrante, diretta da Edoardo de Angelis.

L’autrice, che ha collaborato alla sceneggiatura, è abituata alla trasposizione cinematografica delle sue opere e la tetralogia de “L’amica geniale” (di cui la Rai sta producendo la quarta ed ultima stagione) è stato uno straordinario successo internazionale, che ha contribuito a diffondere romanzi che spesso sono destinati a spiazzare lo spettatore.

La scrittura di Elena Ferrante infatti è potente ma in qualche modo spigolosa e i suoi romanzi attraggono per il ritmo, gli intrecci e le caratterizzazioni dei personaggi, ma hanno una lingua e uno stile che nella loro espressività, anche radicale, richiedono a chi legge di “calarsi” in essi, di prendere una confidenza che non è immediata. Queste complessità sullo schermo tendono a diluirsi, mentre risaltano i caratteri, soprattutto quelli femminili, in questa serie interpretati in maniera magistrale da Valeria Golino (Zia Vittoria) e dall’esordiente Giordana Marengo, che interpreta la giovane protagonista Giovanna.

Ma la particolarità, e a nostro avviso il pregio del lavoro di De Angelis, è un approccio visivo non banale, a tratti straniante, che restituisce l’effetto perturbante dell’opera della Ferrante. “La vita bugiarda degli adulti” si presta ad essere letto come un romanzo di formazione, ma è in realtà un romanzo sul conflitto, su come la realtà resiste ai nostri tentativi di controllarla. La serie avvolge ma ci porta fuori dalla confort zone del melodramma e questo per almeno per tre buoni motivi.

1A differenza del romanzo, in cui molti personaggi sono approfonditi sino ai dettagli, la serie si concentra su Giovanna, adolescente dei primi anni ’90. Una scelta di “economia” ma che permette di trasferire l’irrequietezza della protagonista sulle linee di tensione che attraversano la storia. Quella tra figli e genitori; tra Napoli alta e Napoli bassa; tra ideali e comportamenti (soprattutto degli intellettuali di sinistra); tra cultura e violenza; tra privato e pubblico; tra corpo e ragione. Tutto si sprigiona da Giovanna e dalle cuffie del walk man della protagonista, anche grazie a una colonna sonora che alterna elettronica, 99 Posse, Almamegretta, Nino D’Angelo e Califano. Una colonna sonora spesso fatta di suoni disarmonici che contribuiscono all’atmosfera perturbante della vicenda.

2Napoli pulsa, è protagonista, ma non viene fatta nessuna concessione all’oleografia o allo stereotipo. In fondo della città si vede poco ma si percepisce tutto, a partire dai confini tra le classi, tra centro e periferia, netti e apparentemente invalicabili. Allo stesso modo funziona il contrasto tra il parlato italiano e il dialetto, che in questo caso funziona con la stessa forza che ha sulla pagina scritta. Tra queste linee si muovono i protagonisti e le protagoniste, che spesso si trovano “fuori posto” o nella difficoltà di farsi capire. Perché le bugie sono prima di tutto bugie del linguaggio, dei segni, che “tradiscono” le maschere che ognuno, prima o poi, indossa.

3Il sesto episodio (di sei) è un film a sé. Ambientato in una Festa dell’Unità da realismo magico concentra in un unico spazio e in un tempo limitato episodi fondamentali della storia che nel libro sono molto più distribuiti. Una scelta coraggiosa ma riuscita che dimostra come anche sulle piattaforme e in una produzione per il grande pubblico si possa osare qualcosa di diverso dalla “solita zuppa”. Tutto è incalzante, in qualche modo esagerato ma allo stesso tempo essenziale, come una fusion (anzi, un remix) di Michelangelo Antognoni e Nanni Moretti. Insomma: bravi.

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