Paola Barbato è stata per me un’autrice fondamentale: quando nel 1999 esordì come sceneggiatrice di Dylan Dog rappresentò una vera e propria ancora di salvezza per l’iconico personaggio ideato da Tiziano Sclavi. Praticamente nessun altro si dimostrò all’altezza di una serie che basava molto del suo successo sulla complessità delle storie e del suo protagonista. Apprezzai anche il suo primo romanzo (“Bilico”, pubblicato da Rizzoli nel 2007) ma poi, come qualche volta accade, non la seguii nella sua carriera di narratrice. Con molte aspettative e un po’ di “senso di colpa” ho quindi letto il suo ultimo libro “La torre d’avorio” (Neri Pozza, 2024) trovando tutti i pregi di una scrittura che ha raggiunto una grande maturità senza perdere né freschezza né la capacità di sorprendere. Paola Barbato era e rimane una fuoriclasse.
La trama, in breve
Mara Paladini vive praticamente reclusa, isolata dal mondo, in una casa assediata da centinaia di scatole che contengono tutta la sua esistenza. Mara Paladini è strana e, soprattutto, non è Mara Paladini ma Mariele Pirovano, l’avvelenatrice di Sestri Levante, che tredici anni prima ha quasi ucciso suo marito e i suoi due figli con il veleno estratto dalla pianta digitale purpurea. Afflitta dalla sindrome di Münchhausen per procura – una patologia che porta a far ammalare le persone che si amano per poi curarle e prendersi il merito della loro guarigione – è stata rinchiusa per anni in una REMS (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) prima di essere liberata con una nuova identità.
Quando trova un suo vicino di casa ucciso dallo stesso veleno che usava lei capisce di essere vittima di una macchinazione e chiede aiuto alle quattro amiche con cui ha costruito, in struttura, un legame indissolubile. Ma mentre pensano di inseguire il vero assassino le cinque sono invece inseguite da chi continua a lasciare morti avvelenati ovunque passino. In un crescendo di drammatici colpi di scena la fuga di Mara e le altre arriverà a un epilogo degno di Hitchcock.
Attraverso uno degli schemi classici del mystery – il sospettato che deve dimostrare la sua innocenza mentre scappa dalla polizia – Paola Barbato costruisce una vicenda che gronda adrenalina e va letta tutta d’un fiato per tre buoni motivi.
1. Cinque folli Thelma e Louise
Mara, Moira, Fiamma, Beatrice e Maria Grazia: cinque donne che si sono conosciute in una struttura psichiatrica, che non hanno mai negato i loro delitti, che sono convinte di essere sempre state e che saranno sempre pericolose per gli altri e che hanno inventato un codice per rimanere sempre in contatto e incontrarsi in caso di difficoltà di una di loro. Cinque figure femminili straordinarie, con cui è impossibile non empatizzare e che grazie alla scrittura di Paola Barbato ti entrano dentro. Come Thelma e Louise ma con i ritmi di Jim Thompson o di Edward Bunker e le atmosfere di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Cinque donne che valgono un romanzo, un grande romanzo.
2. La nobile arte della suspense
Paola Barbato è una maestra della suspense: una figura rarissima nella letteratura italiana, e forse per questo troppo trascurata. “La torre d’avorio” non ti lascia respirare, ogni poche pagine succede qualcosa che non potevi prevedere e provoca altri repentini cambiamenti di direzione della storia. Il destino gioca a rimpiattino con i personaggi e l’unico modo che hanno per reagire è rilanciare, alzare la posta, correre ancora più veloci. Sicuramente aiutata dalla sua esperienza come sceneggiatrice di fumetti Paola Barbato esprime la psicologia delle protagonisti attraverso le azioni, senza fronzoli. Molto poco “italiano”, dannatamente delizioso.
3. Capire cosa c’è dietro quelli che chiamiamo mostri
Quando chiedevano a Tiziano Sclavi, se lui si identificasse con Dylan Dog o con la sua spalla comica Groucho, lui rispondeva “Nessuno dei due. Io sono i mostri“. Paola Barbato in “La torre d’avorio” ha introiettato questo punto di vista. Mara e le sue quattro compagne sono diverse e indubbiamente pericolose, ma le loro storie ci dicono che il contesto e le situazioni in cui la loro instabilità è degenerate nel crimine riguardano noi e la nostra società.
Comprendere non significa assolvere, ma prendere atto che se, come dice l’autrice nei ringraziamenti, “Mariele, Moira, Maria Grazie e Beatrice sono tutte una parte di me, e amandole amo un po’ di più anche me stessa“, anche la nostra identità è un mosaico complesso dove può celarsi un mostro che ha bisogno di essere capito. Perché è questo quello che fa la buona narrativa: mettere a nudo le nostre complessità.



