‘Tanti piccoli fuochi’: per chi brucia ancora il sogno americano?

Nel suo esordio ‘Quello che non ti ho mai detto’, Celeste NG aveva già dato prova della sua inusuale capacità nel seguire personaggi in intrecci di grande ampiezza, in cui l’approfondimento psicologico e i colpi di scena che avvinghiano i lettori alle pagine per vedere come va a finire trovano un equilibrio che ha del prodigioso.

La sua opera seconda, Tanti piccoli fuochi, conferma una cosa importante: Celeste NG sa narrare, sa raccontare delle storie. Basterebbe questo a rendere la lettura del romanzo da cui Amazon Prime ha tratto una miniserie in cui Kerry Washington e Reese Witherspoon interpretano le due figure che dominano la vicenda.

Il motivo della trama è quasi classico (ed è un pregio) del realismo americano: negli anni ’90 di Bill Clinton, nel sobborgo perfetto di Shaker Heights, dove la classe media vive ancora il suo sogno dell’età dell’oro (a Shaker Heights si può dormire con la porta aperta), la nomade artista della fotografia Mia Warren e sua figlia Pearl prendono in affitto una casa dalla famiglia di Elena Richardson, matriarca di una perfetta famiglia dove i quattro figli diventano l’incubatore formativo di Pearl. È la matrice di qualsiasi western: uno straniero (misterioso o irregolare: Mia Warren è entrambe le cose) arriva in città, tutte le magagne verranno a galla e niente sarà più come prima.

A innescare uno dei piccoli fuochi del titolo è lo scontro sull’affidamento della piccola May Ling/Mirabelle, abbandonata dalla madre cinese Bebe in una caserma dei pompieri e ritrovata da Mia come figlia adottiva dei migliori amici dei Richardson. La questione finisce in tribunale e le Warren e i Richardson si trovano sui due fronti opposti di un conflitto che alla base ha le identità culturali e di classe, questioni da sempre deflagranti per gli USA.

Ma a differenza della serie televisiva, pur prodotta dalla stessa Celeste NG, dove tutto gira intorno ad esse (con molte, forse troppe, deviazioni dall’originale e troppi stereotipi, quando nel libro non ce n’è praticamente nemmeno uno) nel romanzo la posta in gioco è tutt’altra.

Di chi è il sogno americano? Della impeccabile Elena Richardson, che ha plasmato sé stessa sui valori della comunità liberal puritana di Shaker Heights o della imperscrutabile madre single Mia Warren? Entrambe hanno dei segreti, ma mentre la prima li reprime, la seconda li accudisce. Entrambe sono madri e lo rivendicano, ma la prima nel senso, nobile, del ruolo sociale, la seconda in quello del corpo.

Celeste NG rappresenta due caratteri, dicendoci che avere un carattere ha sempre delle conseguenze (piccoli o grandi fuochi), illudendoci per molte pagine che a confrontarsi siano l’America e l’anti America. Ma Mia Warren non è Sal Paradise e Elena Richardson non è una Madame Bovary dell’Ohio.

Elena e Mia sono le due facce del sogno americano: quella dell’insediamento comunitario e quella della frontiera; quella dell’etica del lavoro e quella dell’etica del talento. Quella della solida adesione alle tradizioni, quella della rivoluzione permanente del futuro. Entrambe si incontreranno nel punto nevralgico della scelta di chi si vuole essere. In questo snodo emergerà la vera Mia, che con la sua austerità e la sua dedizione a sé stessa e a sua figlia come individui costringe Elena a uscire dalla propria comfort zone e a guardare dove l’America ha sempre guardato: oltre.

Per questi motivi ‘Tanti piccoli fuochi’ è un grande romanzo americano mantenendo un’altra sua peculiarità già emersa nell’opera prima della NG. Qualcuno lo chiamerebbe “finale aperto” ma in realtà quello che fa l’autrice è ricordarci che la vita dei personaggi di un romanzo proseguono ben oltre la parola fine della storia raccontata. È in quelle pagine non raccontate che le grandi narratrici hanno la loro frontiera e il loro oltre.

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