“Bridgerton” (Netflix): la vita difficile degli sceneggiatori

Le serie tv che conquistano milioni di spettatori e spettatrici devono molta della loro fortuna al testo, all’intreccio, quindi il loro successo (o fallimento) è nelle mani dell’inventiva degli autori.

Gli spettatori, come i lettori, cercano il giusto equilibrio tra ripetizione e varietà, tra atteso e sorpresa. È anche per questo che spesso le storie sono basate su libri: se hai romanzi equilibrati, è più facile ottenere sceneggiature equilibrate.

Ma quando gli sceneggiatori perdono il controllo dell’equilibrio gli effetti possono sfiorare l’imbarazzante. È quello che succede nella prima stagione di ‘Bridgerton’, tratto ai libri di Julia Queen, protagonista dell’inizio anno di Netflix. Il problema principale è che il climax narrativo arriva alla quarta puntata di otto: come farà a reggere la seconda metà della serie? Va dato atto agli sceneggiatori di averci messo molta buona volontà, ed è facile pensare che ci abbiano rimesso molta salute nervosa, ma ecco tre perdite di controllo che speriamo di non ritrovare nelle successive stagioni.

1Protagonisti disfunzionali. Come faccio a creare equivoci in una storia d’amore quando l’intrigo è ormai risolto? Faccio sì che i due innamorati – Simon, Duca di Hastings e Daphne Bridgerton – ormai felicemente sposati, si rifiutino di comunicare al partner non i loro segreti più reconditi, ma i loro sentimenti più essenziali. I due non si capiscono perché non si parlano. Così, per farli litigare, gli sceneggiatori devono ricorrere alle combinazioni più strampalate, facendo con quello che trovano sul set: “Ho una testa di cervo, un ritratto vittoriano e un letto a baldacchino: crea una crisi coniugale usando solo questi elementi”. L’effetto, per lo spettatore, è semplice: non capiamo mai perché litighino, e alla fine non ce ne importa più nulla.

2Stereotipi disseminati a caso. È una serie, giusto? Una serie romantica. Una serie romantica in costume. Una serie romantica in costume ambientata nella nobiltà inglese. La gente si aspetta alcune cose, giusto? Bene: mettiamocele tutte, queste cose.

  • Lei e lui si mettono insieme per finta ma poi si innamorano davvero: messo.
  • Giovane nobildonna invidiosa minaccia il segreto della coppia ma rimane con un palmo di naso: messa.
  • Primogenito Bridgerton in conflitto tra rispetto del lignaggio e amore vero per donna socialmente reietta: messo.
  • Donna incinta del figlio della colpa prova a impalmare terzogenito Bridgerton: messo.
  • Cugina non proprio attraente della donna incinta, innamorata del terzogenito Bridgerton, fa in modo che la verità venga a galla: messa.
  • Sorella di Daphne Bridgerton che preferisce andare all’Università piuttosto che sposarsi: messa.
  • Regina d’Inghilterra manipolatrice ma dal cuore d’oro: messa.
  • Nobile biscazziere che mette nei guai esponente del proletariato: fatto.
  • Miglior amico del secondogenito della famiglia protagonista artista, libertino, omossessuale: messo.
    E così via.

Peccato che gli sceneggiatori sembrano come i concorrenti di Masterchef davanti alla Mistery Box: “Avete venti ingredienti e dovete usarli TUTTI. Avete 8 puntate per farlo”. La prova della Mistery Box è l’unica in cui i giudici non assaggiano i piatti ma si limitano a guardarli: ci sarà un motivo, no? In Bridgerton c’è tutto quello che vi aspettereste da lei ma… a caso.

3Soft porno. Il sesso è sempre insidioso, in qualunque serie, e va trattato con cautela. Ad un certo punto la frustrazione da stereotipi degli sceneggiatori di Bridgerton deve averli portati a impazzire: dalla quinta puntata si moltiplicano le scene soft core da vietato ai minori di 12 anni, con la probabile intenzione di dimostrare che anche nel XIX secolo non esisteva solo la posizione del missionario. Ma il vero protagonista diventa il lato b del Duca di Hastings, che viene inquadrato ogni dieci minuti anche nelle situazioni più improbabili: “Cosa ci mettiamo in questa scena? Il sedere di Simon!”. Succedeva così con il seno di Edwige Fenech nelle commedie erotiche italiane anni ’70. Noi sappiamo che Chris Van Dusen e il suo staff possono fare di meglio. Glielo e ce lo auguriamo.

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