È stato giusto o sbagliato trasmettere – e quindi permetterne la circolazione su qualunque network – il video che riprende il crollo della funivia del Mottarone? Di fronte alla disponibilità di un documento di questo tipo deve prevalere il riserbo nel rispetto delle vittime, o il diritto di cronaca? È esclusivamente una questione di deontologia professionale dei giornalisti?

Queste domande vanno inquadrate in qualcosa di più vasto, ovvero il tipo di società in cui viviamo e in cui vengono emesse e fruite le notizie. È innanzitutto una questione politica, come stiamo verificando in questi giorni anche nel dibattito sui vaccini.

Nel suo ‘Stati nervosi – Come l’emotività ha conquistato il mondo’, Einaudi, lo studioso William Davies analizza i meccanismi sulla base dei quali la sollecitazione e la cattura delle emozioni – e tra queste la paura, la paranoia e l’aggressività – è il campo di battaglia della società che sembra vivere in continua tensione e in uno stato di conflitto permanente. E in guerra le informazioni sono più essenziali per la velocità con cui arrivano che per la loro esattezza. Non c’è tempo per verificarle o per domandarsi quale può essere l’impatto della loro diffusione, bisogna solo sfruttarle. Quando viene meno la distinzione tra pace e guerra – perché siamo sempre in guerra – ci sono, come dice Davies, conseguenze drammatiche relative alla condizione di conoscenza ed emotività della società. In ultima istanza, mette in dubbio l’ideale della competenza degli esperti come qualcosa di esterno alla sfera del conflitto, sostituendolo con un ideale diverso in cui la competenza è usata come un’arma. Quando questo accade, i fatti vengono manipolati per ottenere il massimo impatto emotivo (sia positivo, sia negativo), mentre le sensazioni diventano un modo valido per farsi strada in un ambiente in rapido cambiamento. La minaccia più seria non sta nel rischio di perdere il rispetto per la verità in sé, ma nel fatto che la verità diventa una questione politica che accentua il disaccordo e la possibilità di conflitto, piuttosto che risolverli”.

Così, parlando di notizie e informazione, tutta la sfera pubblica si sta “organizzando sempre di più intorno ai principi di conflitto, attacco e difesa, dando meno fiducia a voci come giornalisti tradizionali e giudici che dichiarano di tenersi fuori dalla mischia” e “il potere dei fatti e degli esperti di dire l’ultima parola sulle dispute sembra essere in declino”.

I giornalisti, peraltro, sembrano essere ingaggiati in due guerre: quella per chi arriva primo sulla notizia e quella contro i lettori, che vanno conquistati. Per Davies “la ricerca di informazioni immediate ha delle importanti conseguenze rispetto alla posizione della conoscenza nella società. Una volta che le informazioni vengono valutate in base alla velocità più che per la loro credibilità pubblica, la condizione di scienza e competenza nella società muta. Si tratta di un mutamento duplice. Da una parte la ricerca di informazioni diventa una forma di monitoraggio, esplorazione, rilevamento. Piuttosto che cercare di riflettere natura e società […] l’assunto è che c’è qualcuno là fuori che sa già qualcosa e sta già facendo qualcosa”.

Davies spiega bene che le strategie dei media oggi si fondano sulle teorie di Clausewitz o del Generale della Russia di Putin Gerasimov. Si va nelle redazioni con l’elmetto, e il nemico non è più il potere che si dovrebbe sorvegliare ma, appunto, l’opinione pubblica che, paradossalmente, cercherà di difendersi consumando compulsivamente sempre più notizie, sempre più velocemente, tentando di capire quale sia quella giusta, che magari gli altri non hanno ancora colto, in una disperata corsa alla verità.

E se in guerra tutto è lecito, il dare o non dare una notizia è anche una questione etica.

Se ne occupa anche Byung-Chul Han, considerato uno dei più importanti filosofi contemporanei. nel suo breve ma denso libro “La società senza dolore – Perchè abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite” (Einaudi, 2021).

L’autore sud coreano formatosi in Germania scrive nel capitolo intitolato ‘Etica del dolore’:

“Le immagini di violenza pornografiche sortiscono l’effetto di un analgesico. Ci rendono insensibili nei confronti del dolore altrui. Anche l’eccesso d’immagini di dolore e violenza nei mass media e in rete ci costringe alla passività a all’indifferenza tipiche dello spettatore che tace. La loro massa è tale che non riusciamo a elaborarla cognitivamente”.

Esibire il dolore è immorale non solo perché espone la tragedia di chi non dispone più di se stesso, ma perché impedisce qualunque empatia e qualunque riflessione.

Se trasmettendo quel video si voleva solo fare notizia, siamo di fronte al cinismo di una scelta. Se invece si voleva davvero “sensibilizzare il pubblico” l’effetto sarà esattamente il contrario. Magari non subito, perché nell’immediato magari prevarranno i commenti di critica. Ma come una goccia che scava la pietra, si rischia l’effetto assuefazione.

Quel video, scagliato nel gorgo delle notizie e dei click, sarà presto dimenticato, sostituito da un orrore più efferato, nella nostra assuefazione analgesica: senza lasciare spazio al pensiero che si sofferma – e si fa carico – sull’Altro, rendendo il dolore il veicolo per il suo superamento, per la ricerca della giustizia e della verità.