Tre buoni motivi per leggere “Un brav’uomo è difficile da trovare” di Flannery O’Connor

5 out of 5 stars (5 / 5)

  • Ricco di ironia e umorismo caustico
  • In poche righe approfondisce caratteri di personaggi straordinari
  • Racconta i conflitti interni alla società

LA CITAZIONE:
“Non sarebbe mai stata una santa, ma riteneva di poter diventare una martire, se si fossero sbrigati ad ucciderla”. 


Flannery O’Connor ha scritto due romanzi, diversi racconti, alcuni saggi e dei bellissimi epistolari, nella sua breve vita, stroncata a soli 41 anni dal lupus eritematoso, malattia all’epoca incurabile che aveva ucciso anche suo padre. Visse sempre nella sua Georgia e allevò molti pavoni. Amava descriversi come una scrittrice cattolica. Oggi è unanimemente riconosciuta come una delle più grandi esponenti della narrativa americana, ed è spesso accomunata a William Faulkner per l’ambientazione e la potenza delle sue storie. Con “Un brav’uomo è difficile da trovare” Minimum Fax prosegue nella sua meritoria ripubblicazione dell’opera di una scrittrice che in queste 10 short novel brilla in tutto il suo splendore, come le piume dei suoi uccelli preferiti.

Joyce Carol Oates, nella postfazione del libro, scrive: “Nonostante la stupefacente varietà di questa forma letteraria, i racconti rientrano in due categorie generali: quelli che trasmettono il proprio significato in un modo sottile, silenzioso, e sono delicati, ricchi di sfumature e scevri dal melodramma come i boccioli in miniatura nel tè giapponese al crisantemo, e quelli che esplodono in faccia al lettore”. Quelli della O’Connor sono una vera e propria Santa Barbabara. I personaggi sono in genere donne e famiglie della campagna del sud, spesso contraddistinte da una qualche forma di invalidità, che impattano con figure irregolari maschili che provocano una rottura della trama ordinaria delle cose, provocando un impatto violento che può raggiungere le estreme conseguenze, come nel racconto che dà il titolo alla collana. Se c’è una parola che può descrivere la scrittura della O’Connor questa è grottesco. Il paradosso è che tutto è avvolto da uno humor nero spietato, che rende i racconti esilaranti e ti fanno capire che gente come George Saunders o Cormac Mc Carthy Flannery O’Connor l’hanno letta, e hanno imparato la lezione.

I racconti, come abbiamo detto, sono dieci. Ne citiamo tre per dare tre buoni motivi che valgono per leggerli tutti.

1Nel racconto “Brava gente di campagna” Flannery O’Connor sfoggia uno dei suoi tratti narrativi caratteristici: la spietatezza. La storia è semplice, e in qualche modo tipica: una madre porta avanti la tenuta di famiglia senza grande aiuto della figlia, una ragazza con una gamba artificiale che ha preferito lo studio alla ricerca di un buon partito. Un giorno un venditore di Bibbie entra nella loro vita, scompaginando tutto. Rivelare il finale è ovviamente proibito, ma ciò che conduce all’esito è, semplicemente, un congegno perfetto di suspense e ironia. Il cattolicesimo esibito dall’autrice deve in realtà molto di più al vecchio testamento che al Vangelo e molti personaggi della O’Connor incarnano Cristo nella sua più grande illusione: che le persone siano buone.

2“Un incontro tardivo con il nemico” è forse il mio racconto preferito della raccolta, perché qui l’umorismo caustico della O’Connor è quasi completamente liberato. C’è una morale, certo, ma emerge direttamente dalla situazione assurda che viene descritta: una cerimonia per la consegna dei diplomi per cui viene ingaggiato come comparsa un soldato dell’esercito Confederato promosso, per l’occasione, il nonno della studentessa. Lei ha 62 anni, lui 104 e “se ne infischiava altamente del suo diploma ma non aveva mai dubitato che sarebbe vissuto fino ad allora. Era talmente abituato a vivere da non riuscire a concepire un’alternativa”.  Insomma: scrivere racconti brevi è molto difficile. Devi approfondire i caratteri in modo che non siano semplici contorni ma hai poche pagine. Quando bastano due righe, siamo davanti alla maestria pura.

3“Il profugo” è una storia strana, per la O’Connor, perché apre degli spiragli nel suo cinismo. Ma è anche una parabola, applicabile anche alla nostra società. La proprietaria di una fattoria viene convinta ad accogliere un profugo polacco negli anni del nazismo. Il polacco è un grande lavoratore e mette a rischio sia i lavoratori di colore che, soprattutto, i manovali bianchi già alle dipendenze della signora. Probabilmente non è voluto, ma in questo libro troviamo in forma narrativa e condensata la storia che racconta Nancy Isenberg nel suo saggio, sempre pubblicato da Minimum Fax “White trash”, dove si racconta l’oscura vita delle classi bianche subalterne degli USA agrari. Resta che il conflitto descritto dalla O’Connor è, né più né meno, il conflitto in cui siamo calati ogni giorno di fronte ai nostri profughi. Leggere questa parabola può aiutarci, sicuramente ci sconvolgerà, come solo la vera scrittura sa fare.