“Perchè l’America” di Matthew Baker: un libro per chi ha amato “Black Mirror” su Netflix

SUL LIBRO

Bello, ma non così originale

In questo 2022, la casa editrice Sellerio ha puntato molto sui tredici racconti che compongono “Perché l’America” di Matthew Baker, astro nascente della letteratura americana. Pubblicato negli USA nel 2020 questa raccolta ha subito attratto l’attenzione delle grandi piattaforme di produzione cinematografica, a partire da Netflix e Amazon. I due colossi hanno intuito il grande potenziale visivo e immaginativo dell’autore, le cui short novel sembrano scritte apposta per serie come “Black Mirror” o “Electric Dreams”

I racconti

Basta citare alcune delle trame dei racconti per capire perché: in ‘Riti‘ i buoni cittadini sono quelli che decidono autonomamente quando morire, per non pesare più sui propri familiari e la società, ma c’è uno zio che non ne vuole proprio sapere di morire. In ‘Giornataccia a Utopia‘ le donne hanno conquistato il potere e i maschi sono rinchiusi in bordelli/serraglio dove la loro aggressività può essere tenuta sotto controllo. In ‘Lo sponsor‘ l’unico modo per avere un buon matrimonio è rendere i propri invitati appetibili per i marchi commerciali. In ‘La transizione‘ un ragazzo sceglie di rinunciare al proprio corpo e di trasferire tutti i suoi contenuti cerebrali sul web, reincarnandosi in una banca dati. In ‘Testimonianza di Sua Maestà‘ la società stigmatizza – e ghettizza – i ricchi consumisti e premia la frugalità.

In effetti, la verve inventiva è una delle qualità migliori di Baker, che è stato associato a molti grandi della short novel, da George Saunders a Philip K. Dick. Ma la sensazione è che Baker, più che aggiungere qualcosa alla letteratura americana, sia uno straordinario bartender, in grado di rimescolare, a grande velocità, gli ingredienti preparati da altri autori.

Intendiamoci: per citare, e addirittura per copiare, in modo efficace ci vuole un grande talento, e sicuramente Baker ne ha da vendere. Il problema è che per un lettore appassionato dei classici del racconto breve e/o della fantascienza anni Cinquanta e Sessanta, “Perchè l’America” è circondato di dejà vu o meglio, di dejà lit.

Le influenze

“Riti”, ad esempio, è una variazione sul tema di “Il test”, che Richard Matheson scrisse nel 1954 e l’influenza di Robert Sheckley è palpabile, laddove in “Perchè l’America” la letteratura ai confini tra fantascienza e iperrealismo torna alle sue nobili origini di genere sociale: niente alieni o astronavi ma visioni del futuribile umano, che spesso dilaga nella distopia.  E’ così per “Ergastolo”, indubbiamente una prova notevole, che spicca per essere il miglior racconto della raccolta.

Ed è il caso di tre racconti ‘Anime perse’, dove esplode una strana epidemia di bambini che nascono “vuoti”, senza anima; ‘Da leggere al contrario’, in cui le persone vive sono “riusi” di quelle morte in precedenza e ‘Un’unica grande famiglia felice’, dove i bambini vengono assegnati e cresciuti dalla comunità, a cui i genitori li cedono per continuare la loro vita senza vederli e dove chi si ostina ad allevarli in casa è considerato un pericoloso asociale, come se fosse un no-vax. Un’insistenza sulla tematica della demografia che giustifica l’accostamento di Baker alla Margaret Atwood de “Il racconto dell’ancella”.

Quando poi abbandona il terreno del fantastico, le capacità di shakeratore dell’autore si dimostrano ancora più spericolate: Donald Antrim è disseminato dappertutto, anche in alcune cifre stilistiche, ovviamente John Barth fa capolino qua e là , David Foster Wallace infesta “Parole in guerra” e, dulcis in fundo, lo spirito letterario di George Saunders aleggia per tutto il libro, e in modo predominante nella novella title track “Perchè l’America”.

Bello, ma…

L’esito di questa coctkail letterario è una lettura piacevole e stimolante, e su tredici racconti solo uno è da dimenticare, uno è ottimo, tre sono molto buoni e gli altri sono sopra la media. Ma rimane un senso di incompletezza. Non solo perché in alcuni racconti è chiaro che Baker ha dei problemi con i finali (come alcuni scacchisti), ma perché la sensazione è che tutto sia molto ben confezionato, ma con troppa poca anima. Se Donald Antrim commuove in modo struggente e George Saunders, letteralmente, sconvolge; Baker intrattiene in modo squisito ma restando inevitabilmente in superficie di sè stesso e delle cose.  Se paragoniamo “Perché l’America” al da noi recensito “Pechino Pieghevole” della cinese Hao Jingfang, viene il sospetto che forse sono gli scrittori maschi bianchi americani ad aver smarrito la capacità di inventare la letteratura del futuro, limitandosi a rifare molto bene il passato. Ma, citando anche noi John Barth, questa è un’altra storia. 

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