Tre buoni motivi per leggere “Il segno rosso del coraggio” di Stephen Crane

SUL LIBRO

- Libro corto ma molto intenso
- Romanzo sulla paura
- Descritta molto bene la nuova dimensione del combattere inaugurato con la Guerra Civile americana

Tempo di lettura: 2 minuti

In questo 2021 Einaudi ha deciso di riaprire una delle sue collane più famose, ‘Gli Struzzi’, chiusa nel 2008, affidandola a Ernesto Franco, che della casa editrice torinese è anche il Direttore Editoriale. I nuovi Struzzi ripartono con una nuova numerazione, il nuovo (ma molto fedele alla tradizione) progetto grafico di Ugo Nespolo e la stessa ambizione dell’originale: pubblicare libri essenziali nel senso di importanti. Formato tascabile e nessun limite di genere (narrativa, saggi, poesie, teatro, memoriali…) ma titoli che non possono mancare negli scaffali di lettori e lettrici, secondo i loro gusti. Il numero 2 della collana è un classico, forse un po’ misconosciuto, della narrativa americana di fine ‘800: ‘Il segno rosso del coraggio’ di Stephen Crane, con un introduzione del suo grande estimatore Joseph Conrad e nella maginifica traduzione di Michele Mari.

La trama, in breve: Guerra Civile Americana. Un reggimento nordista aspetta di muoversi. Dopo settimane di immobilità giunge l’ora fatale. La battaglia sarà una lunga due giorni e una notte, in un’alternanza di scontri, ritirate, pause, disperati assalti. Tutto questo viene seguito attraverso i pensieri e le emozioni del soldato giovane e le vicende dei suoi compagni (il soldato alto, il soldato chiassoso, il soldato  sbrindellato). Stephen Crane fu un reporter di guerra ma nacque dopo il conflitto che racconta: il suo capolavoro è stato catturare l’archetipo della guerra.

Nel 150° della nascita dell’autore, ci sono tre buoni motivi per leggere questo breve libro, di cui Conrad diceva “nemmeno duecento pagine. Le gemme sono piccole”.

1Pur essendo un libro corto, ciò che colpisce sono alcuni dettagli. Lo stile giornalistico di Crane valorizza la sua capacità di creare metafore e immagini così ben congegnate da apparire facili, naturali. Due sono le scene che risaltano: il modo in cui il soldato giovane decide di arruolarsi e la reazione della madre e la lunga agonia del soldato alto durante la prima ritirata del reggimento. Nella prima vediamo tutto lo scarto tra l’idea romantica della guerra di un ragazzo e la consapevolezza dell’importanza da dare alla vita di una donna; nella seconda vediamo l’orrore insensato squarciare ogni illusione.

2Come dicono sia Conrad che Mari nei testi che corredano il romanzo, questo è un romanzo sulla paura. Sulla paura di avere paura, sulla paura di non essere all’altezza, sulla paura di morire. Solo Samuel Fuller nel 1980 riuscirà a riprodurre questi sentimenti con la stessa intensità ne ‘Il grande uno rosso’. Crane ci dice chiaramente che l’unico dovere di un uomo è sopravvivere. L’epica di Crane non è nell’eroismo ma nel dirci che ogni racconto di eroismo dei sopravvissuti è solo una bugia.

3Crane descrive benissimo la nuova dimensione del combattere che si inaugurò con la Guerra Civile Americana e che l’Europa scoprì solo nel 1914: la dimensione industriale. Non tanto per le tecnologie e le tattiche impiegate, ma per la trasformazione di ogni soldato in una macchina impersonale, manovrato da qualcosa più grande di lui, che non si manifesta. Un qualcosa che prima controlla le idee e poi comanda le azioni. Un apparato che promette significato ma lo nasconde nell’indeterminatezza. Che rende lil rimanere vivi una colpa. Dicendo la verità, Crane, riscatta la vita.

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