Le Olimpiadi fanno creano sempre polemiche e dibattiti. Di arbitraggi non impeccabili e giudici di parte si è sempre discusso e sempre se ne discuterà, così come di doping e scommesse: succedeva anche a Olimpia, nella Grecia antica. Ed ogni epoca ha le sue questioni da risolvere, perché le società si trasformano e i cambiamenti creano quasi sempre conflitti. Lo sport, poi, ha a che fare in modo indissolubile con i corpi e l’antropologia ci insegna che i corpi e le loro performance sono un importante costrutto sociale: sono negoziabili, vengono continuamente ridefiniti dalla cultura e visto che ognuno di noi ha un corpo, siamo tutti coinvolti.
Le donne e le atlete intersex nello sport dei maschi
Così, il caso scatenatosi sulla pugile algerina Imane Khelif è diventato improvvisamente uno spartiacque su cui si dividono i paladini della società tradizionale e coloro che sostengono la necessità di liberarsi dei vincoli binari dell’opposizione donna/uomo. Imane Khelif è stata riconosciuta e cresciuta da sempre socialmente come donna, anche se è intersex, una categoria spesso confusa, erroneamente, con i transessuali. In questi giorni si è riversato su di lei un’ondata di odio social e politico, contrassegnato da post e meme allo stesso tempo violenti e ignoranti. Il che potrebbe deporre a favore del suo essere donna, dato che come ben spiega Elena Marinelli nel capitolo intitolato ‘Corpo’ del libro “Fondamentali. Storie di atlete che hanno cambiato il gioco” (66thand2nd, 2024), è sempre il corpo dell’atleta donna ad essere oggetto di morbosità, sospetto, stigmatizzazione.
Raccontando la vicenda della campionessa di atletica Caster Semeneya, anch’essa intersex, esclusa e poi riammessa alle competizioni femminili, l’autrice ci racconta come tutto nasca dalla ricerca del patriarcato di confinare le donne al loro ruolo riproduttivo, escludendole da attività come lo sport. Lo fa all’interno di un libro dove cinque bravissime giornaliste sportive affrontano tematiche attualissime ma di cui troppo si è taciuto: il sangue del ciclo (Tiziana Scalambrin), la disparità di trattamento tra atlete e atleti professionisti (Elena Marinelli), la difficile scelta degli sport minori (Olga Campofreda), le pressioni a cui sono sottoposte le ragazze di talento (Giorgia Bernardini, già autrice del bellissimo “Area Piccola”).
Il problema, alla fine, è uno: le donne fanno sport, ma chi fa le regole sono quasi sempre maschi. Leggendo “Fondamentali” scoprirete che alle atlete intersex, sino a poco tempo fa, venivano imposti per gareggiare trattamenti medici e chimici per abbattere i loro livelli di testosterone. Insomma: venivano “dopate” per riportarle alla “normalità” ma mettendo a rischio la loro salute. Grazie soprattutto alla battaglia di Semeneya questo oggi è proibito e Imane Khelif può regolarmente partecipare alle Olimpiadi. Ma non senza risparmiarsi gli attacchi più indegni: perché il queer fa paura, soprattutto quando non si nasconde.
La bellezza di arrivare quarte
E non crediamo sia un caso che proprio in un libro sull’estetica e la filosofia queer abbia affrontato la questione degli atleti e delle atlete che alle Olimpiadi arrivano quarte. Nel suo “L’arte queer del fallimento”(Minimum Fax, 2022), Jack Halberstam dedica bellissime e intense pagine all’arte di perdere. Un’arte difficile da digerire, come ha dimostrato l’attacco scomposto subito dalla nuotatrice Benedetta Pilato dall’ex schermitrice e commentatrice RAI Elisa Di Francisca. La colpa della 19enne Pilato? Aver pianto di gioia per un quarto posto olimpico. Come se la gioia fosse solo nella vittoria e nella prestazione di eccellenza.
Anche in questo caso è in gioco la “normalità”, quella di una società competitiva dove le donne sono sempre le prime ad essere stigmatizzate o ridotte a stereotipi, come quando – un altro tema di questi giorni – vengono definite “mamme”, “amiche di”, “fate”, “farfalle” e magari non chiamate con il loro nome e cognome.
Per fortuna, queste di Parigi si stanno rivelando le Olimpiadi meno conformi di sempre.


