Tre buoni motivi per leggere di “La casa di Fripp Island”, di Rebecca Kauffman

SUL LIBRO

Un intreccio svolto magistralmente e un dipanarsi di segreti che che emergendo, affacciandosi e svelandosi formano la vera trama della storia

La casa editrice Sur sta portando all’attenzione del pubblico italiano diverse scrittrici sud e nord americane, dimostrando una capacità rara di saper scegliere il meglio. Dopo aver già recensito Deb Olin Unferth, Susan Choi e Samanta Schweblin, ci dedichiamo oggi a Rebecca Kauffman e al suo “La casa di Fripp Island”, un giallo apparentemente scritto nel solco della tradizione. Ma il mistery, dai tempi di Edgar Allan Poe, ha preso più strade e i temi su cui la Kauffman esercita le sue variazioni sono diversi. E tutti molto interessanti.

La trama in breve

Il romanzo è aperto da una efficace prolessi in cui a parlare è… la vittima di un omicidio. Che ci avverte che la sua morte è stata considerata come un incidente: un caso chiuso che però il libro riapre e risolverà.

Quindi inizia la storia: una famiglia americana vince una vacanza di settimana nella splendida località marittima di Fripp Island, North Carolina, e può invitare un’altra famiglia. Lisa Daly convince il marito Scott a invitare la sua amica di gioventù Poppy, che ha sposato John. I Daly sono benestanti, i Ford difendono a fatica l’antica solidità middle class. I Daly hanno due figlie, l’esuberante Kimmy e l’inquieta Rae; i Ford una figlia e un figlio, l’eccentrica Alex e il brillante Ryan. Tutto potrebbe essere perfetto se non fosse che sull’isola si aggira un uomo segnalato per reati sessuali e, soprattutto, tutti i protagonisti nascondono qualcosa.

Un romanzo breve, compatto e intenso che ho apprezzato per tre buoni motivi.

1È un giallo che non appartiene a una serie. Non ci sono detective o poliziotti. Ci sono “solo” un intreccio svolto magistralmente e un dipanarsi di segreti che che emergendo, affacciandosi e svelandosi formano la vera trama della storia. Tutto questo in un’atmosfera di sospensione, tensione e languore che fanno capire a chi deve molto Rebecca Kauffman: ad Alfred Hitchcock. È uno dei quei romanzi che sembrano già una sceneggiatura, fatto di dialoghi, pensieri ma, soprattutto, di inquadrature. Leggi, ed è come se lo facessi attraverso una fessura, uno spiraglio che solo l’autrice può spalancare, al momento giusto.

2Il giallo nasce con gli enigmi della camera chiusa. Negli ultimi anni si è affermato un sottogenere che definirei enigmi della comunità chiusa. Si prende un luogo isolato o circoscritto, lo si abita di un microcosmo sociale, se ne fanno esplodere le dinamiche e il delitto diventa qualcosa di più complesso di un semplice “caso”. Appartengono a questa categoria l’esordio di Celeste NG “Quello che non ti ho detto”, “Orient” di Cristopher Bollen o “La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker: una strada che rappresenta una boccata d’ossigeno per un genere, il giallo, che rischia sempre più spesso di essere ucciso dai suoi stessi stereotipi, molto più feroci dei maggiordomi.

3Quasi tutti i personaggi funzionano e sono multidimensionali, non schiacciati su sè stessi o superficiali. L’ultima parte del romanzo, a mistero risolto, mostra in modo efficace ciò che un trauma può fare alle persone e ai loro legami. E anche quello che non viene detto è denso. L’unico limite può essere un qualcosa di incompiuto nelle figure maschili, ampiamente compensato dalla forza delle protagoniste. Per fortuna Rebecca Kauffman ha tutto il tempo e, penso, i numeri, per salire ancora di livello.

 

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