Con “La fila alle poste” (Sellerio, 2025) Chiara Valerio ci riporta a Scauri, il piccolo paese sulla costa laziale che avevamo conosciuto con “Chi dice e chi tace“ (terzo posto al Premio Strega 2024), riprendendo i mille fili delle storie che si intrecciano in un microcosmo tranquillo in superficie ma attraversato in profondità da tensioni, trasformazioni, cose che si sanno e non si dicono e crimini piccoli e grandi: una sorta di saga a bassa intensità capace di entrare in sintonia con il lettore.
La trama, in breve
Silvio Berlusconi ha appena vinto le elezioni del 1994 e, a Scauri, Agata Palmieri, una bambina disabile, è stata uccisa. E la colpevole sembra essere sua madre. Nessuno in paese ha dubbi, ma molti pensano che sia stato un atto giustificato. Per difendere la mamma Giovanna Galdo arrivano da Roma due grandi avvocati, mentre il marito si affida a Lea Russo, l’avvocato del paese e voce narrante della storia. Franco Palmieri più che alle sorti della moglie sembra interessato a vicende di eredità e comunque molti non vedono di buon occhio che Lea difenda l’assassina. Intanto la sua vita interiore continua a fare i conti con il fantasma di Vittoria, l’amica morta in “Chi dice e chi tace“, e quindi con la propria identità di genere. Poi non si sa chi stia rubando le vongole in spiaggia e non si spiega perché le suore francescane abbiano pagato il funerale di Gino del Dopolavoro Ferroviario. Così tutto si lega e si slega, tra le dicerie raccolte dal parrucchiere e in fila alle poste.
Con “La fila alle poste” Chiara Valerio prosegue un progetto di serialità che si ispira a modelli come Elena Ferrante ed Elizabeth Strout. Un’ambizione che vale la pena seguire per tre buoni motivi.
1. Un piccolo paese specchio della grande città
Non ci sono dubbi che il vero protagonista de “La fila alle poste” sia il popolo di Scauri. Non dei singoli, ma il paese nella sua interezza, nelle infinite e spesso nascoste relazioni che legano i suoi abitanti, tra gelosie, segreti, ripicche, insinuazioni, amori, conflitti. In questo senso la voce narrante di Lea Russo è anche colei che restituisce le voci degli altri, anche attraverso lo stile di Chiara Valerio, che rende questa coralità attingendo a modelli importanti come Giovanni Verga (peraltro omaggiato in modo esplicito e molto particolare). Una rappresentazione viva e realistica della periferia italiana e del suo rapporto con la grande città: le trasferte a Roma di Lea Russo sono tra le parti più interessanti del libro perché, raccontando una distanza, la dissolvono e ci fanno vedere come tutta l’Italia sia, in fondo, una grande provincia non sempre ben mascherata.
2. I dilemmi dell’identità
Lea Russo ama suo marito Luigi, ma continua a pensare all’amica Vittoria, a quello che poteva essere e non è stato. Lea Russo in “La fila alle poste” si spinge oltre, sperimentando una sessualità diversa, senza nasconderlo a Luigi. Ne nasce un conflitto, ma anche un modo nuovo di vivere le relazioni. Del resto sotto l’apparente conformismo di Scauri sono in molti a confrontarsi con la diversità e la complessità. Nascondendosi, ma anche liberandosi, in un paese dove molti insospettabili hanno votato Berlusconi, perché con le sue tv ha dato un accesso alla modernità. In questo groviglio si inserisce anche il giudizio controverso sul gesto di Giovanna Galdo che, forse, uccidendo la figlia non conforme ha dato un futuro alla figlia normale, libera di realizzarsi senza il vincolo di occuparsi della sorella o forse ha agito così perché lasciata sola dalla sua comunità. Chiara Valerio tiene insieme tutto questo in una trama avvolgente, che parla il linguaggio dell’oggi e fa quello che dovrebbe fare ogni buon romanzo realista.
3. Un giallo che rimane sullo sfondo ma sorprende
Come in “Chi dice e chi tace”, ne “La fila alle poste”, la trama gialla è solo abbozzata, ma anche se non prende mai il sopravvento è sempre presente e funziona da filo d’Arianna nel labirinto narrativo costruito dalla Valerio. Così il dubbio se sia stato davvero Giovanna a uccidere Agata rimane, e la soluzione del caso sarà tanto geniale quanto sorprendente.
Molto efficace è poi la rappresentazione del circo mediatico che si riversa a Scauri, che non è ancora la macchina dello show dell’orrore che abbiamo visto alla prova negli ultimi anni (e che è raccontato in molti true crime) ma che ne contiene già tutta l’assurdità e, alla fine, la potenziale violenza. Anche in questo lo sguardo e la scrittura di Chiara Valerio sono acuti e per questo preziosi.
In breve:









