Ci sono recensioni difficili da scrivere, perché coinvolgono intmamente la tua vita di lettore. “Il paradiso degli orchi”, primo episodio della saga di Daniel Pennac dedicata a Benjamin Malaussène e alla sua stravagante e debordante famiglia, è del 1985 e venne pubblicato da Feltrinelli nel 1991. Fu il primo libro che acquistai da solo, senza alcuna mediazione familiare o scolastica. Lo trovai sullo scaffale della libreria, lo sfogliai, mi incuriosì, lo lessi, Me ne innamorai. Dal 1992 ho seguito tutte le avventure del capro espiatorio delle Edizioni del Taglione (il mestiere di Benjamin) e della sua tribù di Parigi Belleville. Per volontà dell’autore, con “Capolinea Malaussène” la saga giunge davvero alla fine, dopo aver accompagnato per quasi quarant’anni milioni di lettori partendo dalla Série Noire di Gallimard e rimanendo sempre fedele allo spirito della più autentica letteratura popolare, quella che si legge con trepidante attesa e sconfinata soddisfazione.
La trama in breve
Il libro inizia dove finisce il precedente, quando ai tre cugini dell’ultima generazione di Malaussène viene sottratto il potente uomo d’affari Georges Lapietà, da loro rapito con la collaborazione del figlio dello stesso George per inscenare una performance. Ma Nonnino e la sua rete di gangster, che gestisce i traffici più abietti, fanno sul serio e dal destino di Lapietà passeranno le sorti della famiglia Malaussène, dei loro amici, delle Edizioni del Taglione, dello scrittore Alcesti e dell’intera classe dirigente francese. Lo scontro tra il bene e il male sarà totale e definitivo. Impossibile dire di più senza rivelare colpi di scena o senza ripercorrere i sei episodi precedenti. Per fortuna il volume è corredato da un albero genealogico dei Malaussène e da un repertorio dei personaggi, utile sia per i novizi sia per gli appassionati di lungo corso.
Tre buoni motivi per leggerlo
I tre buoni motivi per leggere “Capolinea Malaussène” valgono un po’ per tutta la saga, richiamandosi a due dei diritti del lettore scritti proprio da Pennac in “Come un romanzo”: il diritto di leggere qualsiasi cosa e il diritto di rileggere.
1Pennac è riuscito in un’impresa non facile: ha costruito un’epopea. La sua saga potrebbe benissimo essere letta la sera intorno a un fuoco o poteva essere pubblicata a puntate, come i grandi romanzi d’appendice diventati classici. Le trame dei romanzi sono molto avvincenti e piene di colpi di scena, ma quelli che ti trascinano nel vortice della lettura sono soprattutto i personaggi. Sono loro che diventano tuoi amici, che fanno sentire chi legge parte della tribù Malaussène. Sono immaginazione che prende vita e ti rimarranno, sempre.
2Per i valori e i messaggi della sua opera, Pennac è stato spesso annoverato tra i buonisti e i radical chic. Il suo è infatti un microcosmo multicuturale, dove nessuno è straniero e la diversità è non solo rispettata ma coltivata. Ma un giudizio puramente intellettuale o ideologico sulla saga dei Malaussène tradisce la potenza affabulativa della scrittura di Pennac, che non scrive mai per mettersi su un piedistallo e giudicare, ma sempre mettendosi all’altezza del piacere di leggere. Una scrittura che non consola ma riscatta, sempre, perché sa osare i sentimenti senza mai essere sentimentalistica.
3I libri di Malaussène non si “evolvono”, nel senso che non diventano né più ambiziosi né più difficili nel corso del tempo: sono fedeli alla propria aspirazione. Nello stesso tempo però crescono, grazie alla genealogia: ogni generazione di lettore potrà riconoscere in qualche protagonista, in qualunque momento inizi la saga. Anche le tragedie e i dolori, che sono tanti, si risolvono non in qualche utopia, ma in quei grandi focolari umani che sono l’amicizia e le avventure, ovvero le storie. Una delle cose più belle dei romanzi di Pennac sono i nomi dei personaggi, non solo perché sono divertenti, ma perché ti presentano qualcuno che ti accompagnerà in un viaggio che vorresti non finisse mai; perché come dice Verdun “Il coraggio è ascoltare il seguito. Sempre!”. anche quando il seguito è una fine.



