Tre buoni motivi per leggere “La trionferà” di Massimo Zamboni

SUL LIBRO

- Personaggi straordinari
- Storie di un piccolo paese che guarda al mondo
- Si ripercorre la storia dei comunisti italiani e in particolare emiliani

Tempo di lettura: 2 minuti

Massimo Zamboni, chitarrista della band di culto CCCP (o, come direbbero nell’Emilia raccontata nel libro, i CCP, pronuncia ‘cicipì’), è al suo terzo libro ed è ancora fedele alla linea. ‘La trionferà’ (Einaudi, 2021) è il memorial di un paese, Cavriago, che molti conoscono per essere quello dove c’è ancora il busto di Lenin in piazza. Molti ci vanno a fare i selfie o, non raramente, le fotografie del matrimonio.

La trama, in breve: sì, questo è un memorial con una trama. La trama della storia, che a Cavriago inizia alla fine dell’Ottocento quando tutto il paese si raduna in piazza per assistere a un dibattito per stabilire se sia meglio il socialismo o la democrazia cristiana. Con quel gesto Cavriago, centro agricolo della bassa reggiana di nemmeno 10.000 abitanti, entra in contatto con il mondo e ci resta. Il microscosmo rifiuta il provincialismo e interpreta alla lettera il messaggio mondialista ed emancipatore del marxismo. La nascita del Partito Comunista, il fascismo, la resistenza, la guerra fredda, la conquista dello spazio, i vorticosi anni ’70, il riflusso degli anni ’80, la caduta del muro di Berlino: tutto pulsa a Cavriago, perchè ogni donna e ogni uomo hanno come orizzonte il mondo, nell’Emilia irriverente che non sta mai ferma e rivendica la sua diversità.

‘La trionferà’ non è un ‘Goodbye Lenin’ all’italiana, ed anche per questo ci sono diversi buoni motivi per leggerlo.

1Zamboni a Cavriago c’è nato e cresciuto, ma quello che cattura il lettore è la sua scrittura incisiva e calda. La sua empatia per i personaggi che racconta, alcuni davvero straordinari, non scade mai nell’indulgenza, così come l’analisi della propria esperienza personale. C’è poi l’amore per i luoghi e l’orgoglio emiliano per una terra che ha sempre mirato a riscattarsi, coniugando ideale e pragmatismo. Quando viene convocato un dibattito con Guareschi sull’opportunità di permettere le riprese di ‘Don Camillo e Peppone’ si deve scegliere tra la difesa dell’ideologia e i benefici per tutti. Ma l’importante è discuterne. Lo sguardo di Zamboni è storico e critico, nella migliore accezione dei termini.

2È un libro pieno di storie. Di un paese che scrive a Lenin e lo nomina sindaco onorario e poi ne ospita un busto, la cui vicenda è una storia nella storia. Di astronauti, partigiani e, soprattutto, di impegno. Le scuole per gli operai e i contadini, le sedi del Partito comprate di nascosto ai vecchi padroni, le Cooperative, il Teatro, il Cinema: tutto a Cavriago è realizzato per permettere a una gente contadina nata poverissima di conquistare il “diritto alla bellezza”. Così il libro finisce al Multiplo, la biblioteca civica di Cavriago, che oggi ospita 500 persone al giorno, insegnandoci che “se i nostri paesi assomigliassero alle nostre biblioteche da queste parti si vivrebbe d’incanto”. 

3Raccontando Cavriago, Zamboni racconta la storia originale dei comunisti italiani e di quelli emiliani in particolare. Uguali e diversissimi a tutti gli altri. Per questi comunisti l’importante è darsi da fare e dedicare tutto sè stessi a un’idea. Ogni delusione ideologica diventa un dramma personale, ma guardando sempre avanti. Zamboni è uno di loro, e il suo capodanno del 1991 è pura gioia dell’ottimismo della volontà e del pessimismo della ragione: “Basta con i pensieri, ce l’abbiamo fatta, siamo nell’anno nuovo […] io sono con una ragazza, brindiamo, i fuochi scoppiano, ci baciamo, siamo sposati da febbraio, io sono disoccupato, lei è incinta, il comunismo è finito, qualcosa ci inventeremo”.

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