Sinner e Pogačar: 5 libri per capire perché alcuni campioni rinunciano alle Olimpiadi

Sta facendo molto scalpore la rinuncia di Jannik Sinner, il tennista italiano da poco n° 1 al mondo, di rinunciare alle Olimpiadi di Parigi 2024. Il motivo sarebbe una tonsillite ma molti sospettano che dietro ci sia una scelta ben più pragmatica: Sinner avrebbe sacrificato le Olimpiadi per gli US Open (uno dei quattro tornei del Grande Slam), ben più remunerativi e più prestigiosi. Più prestigiosi delle Olimpiadi?

Beh, sì.

Dilettanti e professionisti nello sport: il grande equivoco

Il nostro immaginario collettivo attribuisce ai Giochi una magia particolare: si gareggia sotto le insegne della propria nazione e la gloria olimpica conta molto di più del denaro. Questo mito fu sapientemente costruito da De Coubertin e dagli inventori delle Olimpiadi, che decisero che queste fossero riservate ai dilettanti, escludendo i professionisti.

In realtà, come abbiamo ricordato in un articolo sul libro “Open” di Andre Agassi (che è uno dei due soli tennisti nella storia che hanno vinto tutti i tornei del Grande Slam e le Olimpiadi. L’altro è Rafa Nadal) la scelta di escludere i professionisti era funzionale a riservare i giochi ad aristocratici e militari (categorie che tra le due guerre, spesso, coincidevano). Questo tagliò fuori si da subito i campioni degli sport già allora più seguiti e soprattutto popolari, in quanto praticati da tutti gli strati sociali: pugilato, ciclismo e football.

Così Fausto Coppi, Gino Bartali o Eddie Merckx non hanno mai vinto le Olimpiadi, semplicemente perché prima del 1996 a 100 anni dai primi Giochi moderni i ciclisti professionisti non potevano partecipare. Questo ci fa capire perché lo sloveno Tadej Pogačar, vincitore quest’anno di Giro d’Italia e Tour de France, possa rinunciare a correre a Parigi privilegiando il Mondiale di settembre.

Fatta la legge, trovato l’inganno

Una regola che è stata aggirata più volte, a partire dallo stesso Comitato Olimpico, che nel 1952 aprì agli atleti dei Paesi Comunisti decidendo che chi faceva parte delle forze armate non era un professionista. Stratagemma usato a lungo anche dall’Italia (è questo il motivo per cui la maggior parte dei nostri atleti sono poliziotti, carabinieri, finanzieri etc…) e comunque migliore di quello utilizzato sempre dagli Azzurri per vincere l’oro nel calcio alle Olimpiadi hitleriane del 1936: una pagina controversa raccontata in “Mondiali senza gloria” di Giovanni Mari e soprattutto in “Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera” di Enrico Brizzi (Laterza, 2016), un libro appassionante, documentato e decisivo per chi voglia capire il controverso rapporto tra football, potere e interessi economici.

Il grande equivoco durò sino alle Olimpiadi di Barcellona 1992 quando il CIO capì che continuando a escludere i professionisti l’attenzione del pubblico sarebbe scesa e quando gli Usa decisero che erano stanchi di vedere le loro nazionali universitarie di basket sconfitte dai “finti dilettanti” della Jugoslavia o delle ex repubbliche sovietiche. Nacque così il ‘Dream Team’, una squadra invincibile composta da Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird e la cui genesi è parte importante del bellissimo libro “Il basket eravamo noi” (Baldini&Castoldi, 2014), scritto proprio da Johnson, Bird e dalla giornalista Jackie MacMullan, che racconta come due campioni hanno cambiato l’NBA e come l’NBA ha cambiato la pallacanestro olimpica, e non solo, per sempre.

Ma… il tennis cosa c’entra? 

Quale sport è più aristocratico del tennis? Quasi nessuno. E allora perché fu escluso dai Giochi a partire dal 1932 per fare ritorno solo nel 1988? Semplicemente perché nel tennis il professionismo fu subito l’ambito dominante, quello a cui i campioni accedevano quasi subito, attratto dai lauti guadagni e dal livello delle competizioni. Il paradosso è che questo comportò che solo i dilettanti potessero partecipare ai tornei del Grande Slam sino a quando, nel 1968 nacque la cosiddetta era Open, quella in cui viviamo tutt’oggi. Insomma, il tennis ha una storia tutta sua e il consiglio è quello di leggere “Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi” di Marshall Jon Fisher (ripubblicato in questo 2024 da 66than2nd). Un libro che racconta la storia del Barone Von Cramm, grande tennista tedesco eroe della Germania hitleriana e poi vittima di persecuzioni per la sua omosessualità e dei suoi avversari, tra cui l’americano Donald Budge, con cui gioca la finale di Wimbledon: forse non è ancora la partita più bella di tutti i tempi, ma di certo questo libro è uno dei migliori di sempre di ambientazione sportiva.

 

 

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