“Tokyo Sympathy Tower” di Rie Qudan: il premio Akutagawa sembra un episodio di Black Mirror

“Tokyo Sympathy Tower” della giovane Rie Qudan (appena pubblicato da Ippocampo nella splendida traduzione di Gala Maria Follaco) si è aggiudicato l’importante Premio Akutagawa per la narrativa nel 2024 e ha fatto molto discutere, non solo in Giappone, quando l’autrice ha  dichiarato di aver scritto il 5% del suo romanzo utilizzando l’Intelligenza Artificiale. Infatti, come sappiamo e  abbiamo avuto modo di approfondire sul nostro blog, tra i temi più controversi legati allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale ci sono i diritti degli autori e la difesa della specificità del processo creativo umano. Una questione rilanciata in questo periodo dalle polemiche sull’utilizzo sfrenato dell’IA per produrre immagini con lo stile dello Studio Ghibli di Hayao Miyazaki.

In realtà Rie Qudan ha inserito l’Intelligenza Artificiale come personaggio del suo libro ed è in questa veste che l’algoritmo prende la parola. Non solo, “Tokyo Sympathy Tower” è un romanzo sul linguaggio, sul suo presente e il suo futuro che, se letto nel modo giusto, può rappresentare una pietra angolare della narrativa contemporanea.

La trama, in breve

Lo sviluppo della storia è collocato in un vicinissimo futuro e segue la vicenda della giovane architetta Makina Sara, che si è aggiudicata il progetto per una torre-prigione da costruire accanto allo Stadio Olimpico di Tokyo di Zaha Hadid. Un carcere molto speciale, che darà corpo alle teorie di un controverso pensatore che ritiene che non esistano criminali ma solo persone che non sono state trattate con la sufficiente empatia. Sarà una prigione senza costrizioni e dovrà essere bellissima, il simbolo di una nuova visione. Makina Sara comprende le contraddizioni di questo progetto e ne seguiamo il percorso prima della realizzazione dell’edificio, mentre infuriano le manifestazioni di protesta, e molti anni dopo, quando ormai si è ritirata, grazie alle voci del suo giovane amante Tōjō Takuto, di un giornalista americano e dell’Intelligenza Artificiale.

“Tokyo Sympathy Tower” è un romanzo brevissimo ma intenso che si legge tutto d’un fiato e che ti scuote, ti stimola e ti dà molti ottimi motivi per apprezzarlo.

1. La Torre di Babele che stiamo costruendo 

Nelle parole risiede il potere, ma le nostre parole stanno impazzendo: è questo quello che ci dice Makina Sara per tutto il libro. Il suo compito è costruire una prigione pensata per adeguarsi a una certa ideologia di inclusività, fondata sul controllo del linguaggio. Ma questo porterà, per lei, a una nuova Babele, molto diversa da quella biblica. Perché il male non è la differenza delle lingue, ma la loro omologazione a un modello unico che ogni individuo declina fuori dal dialogo con gli altri e dove l’AI svolge un ruolo inquietante.

Rie Qudan scrive una storia sull’incomunicabilità e il libro stesso è una Babele, dove le voci narranti sono diverse e si confondono, ma è proprio questo labirinto letterario a coinvolgere e conquistare il lettore con grande e rara maestria.

2. Un Black Mirror giapponese che ci riguarda

In “Tokyo Sympathy Tower” troviamo questioni ricorrenti della narrativa giapponese contemporanea: la condizione della donna (Makina viene da una storia di abusi nascosti ma si è affermata e sfida le norme sociali avendo una relazione con un uomo molto più giovane) e il conflitto tra apertura all’esterno e difesa delle tradizioni (Makina disprezza che la sua architettura debba avere un nome inglese).

Ma lo sguardo di Rie Qudan è molto più vasto e con lo stile graffiante della distopia demolisce il mito del potere basato sull’empatia e l’apparentemente corretto: il carcere che verrà costruito si rivelerà un sofisticato meccanismo di auto-sorveglianza, addirittura desiderato dalle persone libere. Questo romanzo sembra un episodio di Black Mirror: uno dei migliori.

3. Gli intrecci della città postmoderna

In questa breve storia i destini dei personaggi – Takuto, sua madre, il filosofo che ha ideato il carcere dell’empatia – si intrecciano in modo sorprendente e a loro volta si intrecciano con Tokyo, città postmoderna per eccellenza, sempre proiettata nel futuro. La passeggiata di Makina e Takuto nello spazio deserto intorno allo Stadio Olimpico che chiude la prima parte del libro è avvolgente e restituisce il fascino, luminoso e oscuro, della capitale giapponese, dove il passato non esiste. Ma quello che più attrae è che nella Tokyo di Rie Qudan possiamo vedere tutte le metropoli slanciate nel futuro, verso una nuova utopia o una nuova distopia: questo esito dipende dalle visioni degli architetti come Makina e delle scelte che tutti noi facciamo.

 

 

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