Quando il New York Times ha pubblicato la sua classifica dei 100 libri più importanti dei primi 25 anni del XXI Secolo, è stata per me una bellissima sorpresa trovare al 29° posto “L’ultimo samurai” di Helen DeWitt. Un libro meraviglioso, con una storia editoriale travagliatissima e sostanzialmente passato inosservato, non solo in Italia, dopo essere stato un caso alla Fiera di Francoforte del 1999 prima della sua uscita, nel 2000.
Einaudi, che lo pubblicò nel 2002, lo ripropone adesso, in una nuova edizione curata e tradotta da Elena Dal Pra, e la mia speranza è che possa finalmente raggiungere tutti i lettori che se lo sono perso, perché di romanzi così se ne scrivono davvero pochi. Ecco il perché, in tre buoni motivi.
1. Una storia editoriale molto particolare
Ma torniamo alla storia editoriale, di cui la stessa Dal Pra dà conto nella sua introduzione: Helen DeWitt lo scrive nel 2000 e presto, di fatto, scompare, sino a quando non viene ripubblicato nel 2016. Nel frattempo l’autrice scrive un solo altro romanzo, mai tradotto in italiano, e in seguito darà alla luce solo una raccolta di racconti e una novella, anch’essi mai pubblicati in Italia. Una scrittrice poco prolifica, quindi, merce rara nel bulimico mercato editoriale di oggi. Eppure non sarebbe né la prima né l’ultima autrice a passare alla storia praticamente per un’opera unica (pensiamo a Salinger de “Il giovane Holden”, giusto per fare un esempio celebre), se non fosse che sino alla classifica del New York Times, de “L’ultimo samurai” non parlava praticamente nessuno.
2. Una trama molto tenera
Ma ora che giustizia è fatta vi diamo un consiglio: prendetelo, leggetelo, concedete la vostra meraviglia al piccolo Ludo e alla sua madre single Sibylla, due dei personaggi più intensi e sorprendenti in cui vi siete imbattuti e vi imbatterete. Ludo è un bambino prodigio che a quattro anni sa già il greco antico e ha letto l’Odissea. Sibylla lo ha cresciuto da sola sulle carrozze della metropolitana di Londra educandolo a una moltitudine di lingue vive e morte come l’arabo, l’ebraico, l’inuktitut e, soprattutto, il giapponese dei Sette samurai di Akira Kurosawa, film che Sibylla fa vedere e rivedere a Ludo per dargli un modello maschile al posto del padre sconosciuto. Ma è proprio alla ricerca di un padre che, a undici anni, si dedica Ludo in un quest in cui vengono messi alla prova diversi pretendenti che devono dimostrarsi degni di lui e di Sibylla, capaci di essere, come Toshirō Mifune, capaci di essere il buon samurai che parerà il colpo.
3. Un libro sull’amore per la conoscenza e la libertà di scegliere la propria famiglia
Scritto da un’americana, ambientato a Londra, attraversato da sfumature orientali, “L’ultimo samurai” è un libro sull’amore per la conoscenza, sulla libertà di scegliere la propria famiglia, sul rapporto tra una madre e un figlio che si costruisce sulle parole, sul rispetto e sull’avventura. Un romanzo in cui non ci si annoia mai, che diverte, appassiona, commuove, scritto da una voce femminile esplosiva e cristallina e capace di restituire l’audace innocenza dell’infanzia. Forse Helen DeWitt non ha scritto molto altro perché questo è un libro da leggere e rileggere e forse la sua storia editoriale è un destino, un modo per riconoscere il lettore che saprà “parare il colpo”.


