Nel 2020 il National Book Award (il più importante premio letterario americano) per la letteratura tradotta è andato a “Tokyo – Stazione Ueno” della scrittrice giapponese Yu Miri, romanzo che nel 2021 è stato portato in Italia da 21lettere grazie alla bella traduzione di Daniela Guarino.
Yu Miri scrisse il libro nel 2014, dopo il suo “Il paese dei suicidi” e, come spesso accade, ha dovuto aspettare per arrivare al pubblico occidentale, pagando ancora lo scotto di un mercato editoriale che considera molta letteratura giapponese troppo ostica e quindi poco commerciale. É quindi una fortuna che ci siano case editrici indipendenti che rischiano, permettendoci di leggere libri potenti come questo.
Di cosa parla “Tokyo – Stazione Ueno”
La stazione ferroviaria di Ueno, a Tokyo, non è una stazione qualsiasi: è quella dove arrivavano gli immigrati interni dal nord del Giappone, tra cui la voce narrante Kazu, che dopo aver fatto il pescatore nel suo villaggio raggiunge la capitale a ridosso delle Olimpiadi del 1964, per lavorare in uno dei tanti cantieri della città. Dopo molte fatiche Kazu riuscirà a tornare a casa, da sua moglie e i suoi due figli, ma una serie di lutti lo riporteranno a Ueno, questa volta nel vicino parco, meta tra le più ambite durante la fioritura dei ciliegi e sede di importanti musei e templi.
Ma Ueno è anche il parco dove si rifugiano, tollerati e allo stesso tempo vessati, i senzatetto di Tokyo. É attraversando le loro tende e mostrandoci le loro vite che Kazu racconta la sua storia e quella del Giappone, dalle trasformazioni di fine ‘800 ai giorni nostri passando per gli anni duri e impetuosi del dopoguerra. Kazu può vedere molte cose, perché è un fantasma, e grazie a lui noi possiamo apprendere le esperienze nascoste di molti giapponesi.
Yu Miri non è una scrittrice consolatoria, ma è imprescindibile per chi voglia conoscere gli aspetti più controversi della società e della storia giapponese per chi cerca una narrativa intrisa di umanità. In questo senso consigliamo “Tokyo – Stazione Ueno” per tre buoni motivi.
Tre buoni motivi per leggere “Tokyo – Stazione Ueno”
1. Le voci dei dimenticati
Yu Miri è nata in Giappone e scrive in giapponese, ma è di famiglia coreana. La sua è la storia di una migrazione e anche per questo sa interpretare in modo intenso e magistrale il senso di sradicamento di Kazue e delle tante persone che come lui lasciarono le campagne dopo la guerra per ricostruire un paese che non gli restituirà quasi niente.
Ogni miracolo economico si fonda su vite consumate, sacrificate e poi dimenticate e i clochard che abitano il parco di Ueno, costretti a nascondersi quando arriva l’Imperatore o fioriscono i ciliegi, sono gli scarti di un progresso tanto impetuoso quanto feroce. “Tokyo – stazione Ueno” restituisce un corpo e una voce a queste persone, rompendo l’incantesimo fragile di chi vorrebbe far vedere che il Giappone è un posto perfetto quando spesso sa solo nascondere la polvere con molta cura.
2. Ueno: un parco della memoria
Ueno è un parco ricco di edifici storici, musei, templi e di statue che ricordano passaggi cruciali della storia giapponese. Ma sono monumenti muti se non si conosce la storia e Kazue è proprio questo che fa: ci racconta la storia di un Paese che spesso la rimuove, prima di tutto a sè stesso.
Esemplare, da questo punto di vista, il racconto che viene fatto della Torre della Memoria, unico monumento di Tokyo che ricorda le vittime dei bombardamenti americani della Seconda guerra mondiale. Un fatto di cui i giapponesi si vergognano e i cui sopravvissuti vennero anche stigmatizzati.
Quando lo abbiamo visto visitando il parco a maggio, prima di leggere questo romanzo, era rimasto per noi incomprensibile e il romanzo ci permette di rileggere il nostro viaggio, proprio come permette ai giapponesi di rileggere i loro luoghi e, soprattutto, il loro passato.
La nostra foto:

3. Una vita come tante di fronte al tempo
La vita di Kazue non ha molto di particolare: è una delle tante vite che non lasciano traccia se non in quella delle persone con cui si condivide qualcosa. Ma è proprio nei legami – la famiglia, l’amicizia, i compagni di vita nella tendopoli del parco di Ueno – che Yu Miri intravede il senso di quello che chiamiamo umanità.
Kazue ha avuto una vita dolorosa ma non riesce ad abbandonarla, perché ogni vita è piena di cose che ti trattengono. Forse solo una voce migrante come quella di Yu Miri poteva farci sentire come il tempo sia un fiume che spesso travolge, così come questo libro ci porta lontano sino a sfociare in un finale sorprendente e intenso che ci dice, soprattutto, che il tempo non ha una fine.




