“#staizitta giornalista!”: perché quello di Silvia Garambois e Paola Rizzi è un libro necessario

SUL LIBRO

Un libro per rompere il silenzio e far emergere una tematica troppo spesso minimizzata: quello dell'odio in rete contro le giornaliste donne, "colpevoli" di avere una voce autorevole

Tempo di lettura: 2 minuti

Era da tempo che volevo leggere “#staizitta giornalista – Dall’hate speech allo zoombombing, quando le parole imbavagliano” a cura di Silvia Garambois e Paola Rizzi (All Around, 2021) e finalmente sono riuscita a farlo.

È un libro che nasce dal costante confronto e dalla discussione delle professioniste dell’informazione dell’associazione GiULiA – Giornaliste Unite Libere Autonome – ed è una mappa necessaria per capire la portata del fenomeno dell’odio (spesso online, ma non solo) nei confronti delle giornaliste donne, categoria di cui faccio parte anche io. Detestate due volte: la prima in quanto donne che tramite la loro professione manifestano una scelta di libertà. La seconda in quanto donne che hanno “voice”, ovvero una posizione considerata autorevole dalla quale far sentire la loro voce: una combinazione quasi insopportabile per gli hater. Il futuro sarà sempre più grigio? No, anche se sarà un cammino difficile e lungo: proprio per questo è essenziale organizzarsi, parlarne, ricevere solidarietà e pianificare nuove forme di resistenza.

Ecco tre buoni motivi per leggerlo:

1. Sì, succede veramente, a tutte: le testimonianze per prendere consapevolezza

Il libro oltre a mostrare report e statistiche dà voce ad alcune giornaliste che raccontano i loro casi. Emerge che spesso trattano argomenti “scottanti” come immigrazione, criminalità organizzata, la recente pandemia, ma non solo. A volte si può finire nel bersaglio dell’odio per molto meno: è capitato a chi si occupa di cronaca locale, sport, colore, ci sono casi in ogni ambito e che colpiscono tutte, a prescindere dagli argomenti di cui si occupano. Così le giornaliste finiscono per essere attaccate in quanto donne, perché la vera cosa che non si riesce ad accettare veramente è la loro indipendenza: da qui un turbine di frasi sessiste, body shaming, attacchi mirati di troll e fake, hate speech e così via. Attacchi non solo quotidiani, spiacevoli e logoranti, ma a volte anche spaventosi.

2. Si minimizza ancora troppo

Spesso questi fenomeni vengono ancora troppo spesso minimizzati, ricondotti a “bravate”. Soprattutto se le vittime sono donne. E ha ragione Vittorio Roidi quando, nell’introduzione, dice che è una battaglia che devono combattere soprattutto i maschi perché è tra di loro che si trovano gli odiatori. Il consiglio che quasi sempre viene elargito è non farci caso, ignorare, passarci sopra, anche quando diventa impossibile farlo, e non è neanche giusto farlo: questo un po’ per sminuire (tante volte purtroppo lo fanno gli stessi colleghi), e un po’ perché abbiamo ancora il retaggio del “vecchio” web, di quando le parole online sembravano poco importanti. Tutto questo senza pensare che, se la violenza in rete non viene arginata, il passo dalle parole ai fatti a volte è breve. E a volte, alla lunga, si raggiunge lo scopo di intimidire giornaliste che prima di tutto sono persone, a volte con una famiglia da proteggere. Tutto per cercare di spegnere la loro voce.

3. Esistono soluzioni possibili, ma è importante parlarne e unirsi

Per questo è importante invece parlarne, contarsi, elencare gli strumenti di difesa che ci mette a disposizione la legge, oppure nati dalla stessa rete (tra associazioni e “scorte mediatiche”) e pensarne di nuovi. E insistere perché a muoversi sulla violenza online siano gli stessi Stati: non solo con norme a tutela delle vittime ma anche con precisi obblighi e imposizioni ai colossi del web che troppo spesso sulle loro pagine permettono fiumi di violenza – specie quella più sottile e strisciante ma altrettanto logorante per chi la subisce – e se ne lavano le mani, attivando una spirale infinita in cui “non è mai colpa di nessuno”.

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