Ho letto d’un sorso “Merdoni” di Chiara Galeazzi (Blackie, 2025) perché conoscevo già la scrittrice: dopo aver letto e apprezzato “Poverina” in cui la giovane autrice parla dell’ictus che l’ha colpita dimostrando che si può ridere anche della malattia per non piangersi addosso, ho deciso di acquistare anche questo libro uscito per la stessa casa editrice.
In “Merdoni”, Galeazzi condivide un’altra esperienza personale che questa volta non ha nulla a che vedere con la salute: l’autrice decide di mettersi nei panni di un “leone da tastiera” per sperimentare il potere del giudizio facile, affrontando con ironia uno dei temi più attuali del nostro tempo, dove si intrecciano salute mentale e convivenza civile, sullo sfondo della progressiva scomparsa del buon vecchio senso dell’umorismo.
“Merdoni”: la trama in breve
Il libro è un vero e proprio esperimento e nasce dalla sensazione sempre più opprimente che Chiara Galeazzi prova avvicinandosi ai social. Fin da quando ha iniziato a usare internet la “sezione commenti” è stata per lei un luogo ostile, ma con il passare degli anni i toni sono addirittura peggiorati.
Pur non avendo mai partecipato attivamente alle discussioni, l’autrice decide così di mettersi nei panni di un “leone da tastiera” – con tanto di profilo fake – per sperimentare il potere del giudizio facile. Chissà che sfogare in questo modo la propria rabbia non renda la vita migliore…
Ecco perché leggerlo.
1. Vince l’ironia
Galeazzi affronta qui uno dei temi più attuali del nostro tempo, ma lo fa con ironia e profondità, intrecciando salute mentale e convivenza civile con la scomparsa del buon vecchio senso dell’umorismo.
Ovviamente per i lettori è un libro piacevolissimo, ma quando l’autrice si “traveste” da leonessa da tastiera, nei battibecchi social le sue battute il più delle volte non vengono capite, il sarcasmo non viene colto, e alla fine i suoi commenti non riscuotono grande successo. Semplicemente perché spesso viaggiano su un piano troppo alto rispetto alla comprensione dell’odiatore medio.
2. Quel che l’algoritmo vuole
Ma cosa capisce, dunque, l’odiatore medio? Semplice: molto poco. Per lo più insulti diretti, tifoseria da stadio, espressioni appena un gradino sopra il grido di guerra degli uomini delle caverne.
La colpa, però, è anche – e soprattutto – di chi plasma le community, ovvero gli algoritmi dei social che spingono un certo tipo di contenuti. Al di là delle buone intenzioni, la verità è che le piattaforme devono convincerci a passare il maggior tempo possibile online per intercettare dati e abitudini. E come ci riescono? Con la calamita più potente di tutte: la violenza. La polemica sempre più accesa, l’eterno botta e risposta, lo scherno, l’insulto, lo scontro in cui ognuno spera di avere l’ultima parola. Fino a sfociare nel razzismo, nella misoginia, nell’omofobia, a solleticare peggiori istinti. E Galeazzi spiega anche molto bene diversi meccanismi che ne derivano, come la “voglia” di sparare a zero senza curarsi se, prima del nostro commento, ne sono già stati scritti altri uguali. O come la rabbia inutile che chiama solo altra rabbia.
Non è un caso se molti contenuti violenti finiscono per circolare impunemente, grazie a macro-sviste che la tecnologia avanzata di oggi sarebbe perfettamente in grado di evitare. E più violenza c’è, più le persone ne sono attratte, tra curiosi e partecipanti: non è una novità, è la stessa logica dei combattimenti negli anfiteatri dell’antica Roma.
Ovviamente, più si abbassa il livello delle discussioni, più disimpariamo a esprimerci, a riconoscere l’ironia, a usare le parole per argomentare, a stare nel conflitto senza farlo degenerare.
3. Siamo davvero tutti capaci di trasformarci in hater? (Spoiler)
Hobbes aveva ripreso l’espressione latina “homo homini lupus” (l’uomo è un lupo per l’uomo) per sostenere che la natura umana è fondamentalmente egoistica. Insomma, tra di noi ci comportiamo come lupi, pronti a sbranarci se ne abbiamo l’occasione.
In effetti, osservando i commenti dati in pasto ai social, sembrerebbe proprio così.
Ma è davvero la nostra natura? Potendolo fare, siamo tutti pronti a trasformarci in lupi? Per fortuna no, e lo dimostra l’esperimento di Galeazzi che in fondo riesce solo a metà. Perché, alla fine, pur usando un profilo fake (quindi con la propria identità reale al sicuro) e pur dovendo portare avanti una ricerca, chi è abituato a certi livelli di civiltà non riesce davvero ad abbassarsi.
Un pensiero che, tutto sommato, è consolante e che forse rappresenta il più grande insegnamento di questo libro: la speranza, in fondo, (r)esiste.









