Perché “Mein Kampf – Da Adolf Hitler” di Stefano Massini fa paura

Come è possibile che un uomo, giorni fa, abbia aggredito Stefano Massini al Salone Internazionale del Libro di Torino?

Stefano Massini è l’autore italiano vivente più rappresentato nei teatri di tutto il mondo e i suoi testi hanno ricevuto i più importanti riconoscimenti internazionali. La sua notorietà è stata accresciuta dalle sue collaborazioni televisive e quest’anno ha portato al Festival di Sanremo e sul palco del Concertone del primo maggio, accompagnato da Paolo Jannacci, il monologo “L’uomo nel lampo” che affronta la catastrofe delle morti sul lavoro.

Il teatro di Massini non è solo un teatro civile, è un teatro storico, perché mette in scena personaggi e fatti che hanno impresso una svolta al Novecento, indagandone il lato umano più minuzioso e profondo, cercando nei dettagli che la grande storia trascura gli indizi che non abbiamo visto, i moventi a volte futili di scelte tragiche, come in “Manhattan Project“.

É quello che ha fatto anche con “Mein Kampf – Da Adolf Hitler“, il suo ultimo monologo pubblicato da Einaudi, in cui in appena 67 pagine e facendo parlare Adolf Hitler in prima persona, rende plasticamente e vividamente la convergenza tra la perversa ideologia su cui si fondò il nazismo e la frustrazione del popolo tedesco. Usando il “Mein Kampf” (che dal 2016 è nuovamente distribuibile in Germania dopo un lungo periodo di proibizione) come sotto testo, Massini individua il rancore come la forza motrice dell’odio nazista, racchiuso nel tormento di un uomo che dice:

“Se è vero che gli esseri umani
temono
la rovina
la disfatta
il fallimento
io
viceversa
sopra ogni altra cosa
temo
la nullità
la trasparenza
l’irrilevanza.

Nella mia battaglia
non v’è catastrofe
se non
l’irrilevanza.

Non voglio diventare un impiegato”                                 

Ecco: questo baratro era condiviso, silenziosamente, da milioni di persone, ed è lo stesso baratro in cui è facile viva la persona che ha aggredito Stefano Massini dopo la lettura del monologo al Salone Internazionale del Libro di Torino. Perché il “Mein Kampf” fu uno specchio in cui molti si riconobbero, un libro piccolo, misero, che si fece largo bruciando gli altri, come si racconta nel prologo di Massini:

“I nazisti, caro signore, erano un libro.
Niente sarebbe stato com’è stato
milioni di morti sarebbero vivi
e milioni di libri sarebbero cenere
se un ragazzo di nome Adolf
chiuso in una cella a Landsberg
non avesse scritto quel libro.
Crede lei che le parole
siano solo inchiostro?
Nossignore, sono fatti.
Le parole sono sempre fatti.
E non v’è cosa, fra gli esseri umani
che non prenda forma lì
insospettabilmente

dalle parole” 

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