Migranti e migrazioni: 5 libri per capire perché le persone si muovono

La tragedia del naufragio dei migranti sulle costa di Crotone, con le sue decine di vittime a soli cento metri da una spiaggia italiana, dovrebbe costringerci non solo a indignarci, ma anche a capire. Se le parole del ministro Piantedosi colpiscono per la loro inumanità non è solo per lo strazio delle vite spezzate, ma perché provano a cancellare i motivi per cui donne e uomini rischiano la loro vita e quella dei loro figli per intraprendere un viaggio verso la possibilità di un futuro migliore in posti dove non si sia costretti a fuggire. E che invece si chiudono e respingono.

Le parole di quel ministro colpiscono perché negano la realtà e silenziano le storie dei migranti. Realtà e storie che invece vanno capite e ascoltate, anche con libri come i cinque che vi proponiamo.

1 “Migrazioni. Storia illustrata di popoli in movimento” (Giunti 2019) – Qui la recensione. Non è facile rendere immediata la lettura di una questione così complessa come quella delle migrazioni, ma Cohen (sociologo, professore emerito di studi sullo sviluppo ed ex direttore dell’International Migration Institute dell’Università di Oxford) raggiunge l’obiettivo con un libro ricco di illustrazioni, mappe, infografiche e storie per spiegare come e perché l’uomo si sposta dalla preistoria fino ai giorni nostri. Un affascinante viaggio che apre la mente.

2 Suketu Mehta: “Questa terra è la nostra terra. Manifesto di un migrante” (Einaudi 2021) – Qui la recensione. L’indiano Suketu Mehta è uno dei più interessanti e attenti narratori delle migrazioni. In questo suo libro, già da noi recensito – mettere link alla recensione – il punto di vista del migrante è rivendicato con orgoglio, senza alcun vittimismo, per dimostrarci che chi accoglie non può che arricchirsi e chi respinge non solo è disumano ma si inaridirà: perché l’illusione della purezza nasconde solo il rancore e la nostalgia di un potere vuoto e irrimediabilmente vecchio.

3 Mohsin Hamid: “Exit West” (Einaudi, 2017). Lo scrittore pakistano, autore de “Il fondamentalista riluttante” (e di cui è appena uscito l’ultimo romanzo “L’ultimo uomo bianco”), ha con “Exit West” scritto forse il più importante romanzo breve sulla migrazione. Con il suo stile essenziale e privo di retorica, Hamid racconta la storia di Nadia e Saeed, che si innamorano in un paese in guerra e fuggono attraverso un varco “magico” che li porta direttamente in un campo profughi nel Mediterraneo da cui poi raggiungeranno l’Inghilterra. La magia permette il viaggio, ma la realtà è la dolorosa fatica dell’essere in una terra di nessuno e la difficoltà di convincere gli altri e te stesso che la tua identità non si riduce a quella di essere uno straniero. Nadia e Saeed sapranno definirsi con i propri occhi e ci chiamano a fare la stessa cosa: perché anche noi siamo stranieri a noi stessi.

4 Mario Vargas Llosa: “Il sogno del Celta” (Einaudi, 2011). Il potente e crudo romanzo storico del premio Nobel peruviano è un po’ “Il cuore di tenebra” del nuovo millennio. Attraverso la storia di Roger Casement, che fu tra i primi a denunciare gli orrori del colonialismo agli inizi del ‘900 viaggiando tra gli orrori del Congo e del Perù, possiamo vedere all’opera le logiche del capitalismo coloniale e capire che chi migra lo fa perchè è stato depredato e ancora è dominato da logiche economiche di sfruttamento da parte dei paesi ricchi (noi) su quelli che ci interessa mantenere poveri. Casement era anche irlandese e omosessuale e pagò sulla sua pelle le logiche del dominio, che inizia sempre in casa nostra, prima che arrivi l’altro.

5 Pierre Bourdieu: “In Algeria. Immagini dello sradicamento” (Carocci, 2012). Un libro che nasce come una mostra fotografica delle immagini che il grande sociologo francese scomparso nel 2002 scattò in Algeria durante la guerra di indipendenza, tra il 1954 e il 1962. Illustrando le sue foto Bourdieu ci mostra le pratiche di segregazione coloniale riuscendo a farci vedere che quelle logiche sono le stesse che applichiamo nelle periferie delle nostre città. Isolare, separare, emarginare: come se l’occidente europeo non riuscisse che a erigere muri che finiscono di rinchiudere anche noi stessi.

 

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