“Yellowface” di Rebecca F. Kuang: una satira feroce sull’editoria e il politicamente corretto

SUL LIBRO

Un gioco di specchi divertente e coinvolgente che è anche una feroce critica al mondo dell'editoria: una scrittrice che non riesce a decollare si appropria del manoscritto di un'autrice di successo che muore all'improvviso. Ma non tutto andrà come previsto...

Rebecca F. Kuang è nata in Cina, si è trasferita negli USA quando aveva quattro anni, ha studiato a lungo in Inghilterra prima di tornare negli Stati Uniti. Giovanissima (è nata nel 1966), ha già alle spalle una importante carriera di libri fantasy con cui si è aggiudicata diversi prestigiosi premi. “Yellowface”, pubblicato nel 2024 da Mondadori nell’efficace traduzione di Giovanna Scocchera, è stato un grande successo nel mondo anglosassone, e nelle librerie di Londra che abbiamo visitato quest’estate faceva bella mostra di sé su tutti gli scaffali. Un romanzo in cui l’autrice abbandona la letteratura di genere per scrivere una storia che parla di falsi, di appropriazione culturale e della ferocia del mondo editoriale.  Con un sottofondo inquietante, capace di sorprendere.

La trama in breve di “Yellowface”

June Hayward e Athena Liu si sono conosciute al college e sono due scrittrici. June sembra proprio che non riesca a sfondare, Athena è già baciata dal successo. June è bianca, Athena è asiatica. Una sera, mentre sono insieme, Athena muore strozzata da un pancake: mentre aspetta paramedici e polizia June si impossessa degli appunti dell’ultimo romanzo di Athena, lo completa e lo fa suo. Con lo pseudonimo di Juniper Song (il nome che trovate sulla costa gialla delle pagine del volume, in un accattivante gioco grafico), June pubblica “The last front”, la storia di un gruppo di cinesi impiegati sul fronte occidentale della Prima guerra mondiale, e diventa una star. Ma ancora prima che qualcuno la accusi di plagio, Juniper è travolta dall’odio social di chi la accusa di essersi appropriata in modo abusivo della storia di una minoranza a cui lei non appartiene. Riuscirà a non farsi scoprire? E, poi: ha davvero fatto qualcosa di male?

Rebecca Kuang è una asiatica, che scrive in inglese la storia di una bianca che si impossessa di un libro scritto da una asiatica mantenendo sempre il punto di vista della donna bianca. Un gioco di specchi che a me ha fatto anche ridere in molti passaggi, e che ci costringe a porci molte domande ed è alla base dei tre buoni motivi per leggere “Yellowface”.

1. Un intrigo da cui non ci si può staccare

Il primo pregio di “Yellowface” è il suo essere avvincente dalla prima all’ultima pagina. Ha il ritmo e l’ironia di Bridget Jones pur mettendoci di fronte a questioni molto importanti e oggi molto dibattute: può una scrittrice bianca scrivere la storia di personaggi cinesi? Il pubblico ha il diritto di fustigare una persona, di minacciarla di morte, solo sulla base di un sospetto? Non stiamo forse esagerando con il politicamente corretto? Tutto questo viene affrontato raccontando le peripezie di June Hayward – Juniper Song in un mondo editoriale che sembra una vasca degli squali e dove i soldi contano più di tutto, anche della verità e anche della reputazione. Come quando la casa editrice accoglie soddisfatta il sostegno a Juniper dei suprematisti bianchi, pur di vendere. Il piacere della storia non viene mai “soffocato” dal messaggio, che arriva in modo efficace proprio perché Rebecca F. Kuang sa come si seduce un lettore.

2. Di chi è davvero una storia? 

L’interrogativo principale del libro, alla fine, è questo: a chi appartiene un libro? A chi lo scrive? A tutti quelli che collaborano a scriverlo, dagli editor ai correttori di bozze? Agli editori? Al pubblico? Ai personaggi? In un mondo ossessionato dall’autenticità quello che rischiamo di perdere di vista sono proprio le storie. In un ambiente social dove vince chi “odia di più” e ogni polemica dura lo spazio di pochi giorni ma può stroncare una carriera, come fa a sopravvivere chi vive di “invenzioni”? C’è un capitolo, in “Yellowface”, dove Juniper racconta di come anche Athena fosse un “vampiro” che si nutriva delle storie altrui: è un passaggio centrale, che ribalta molte certezze e che ci spinge a riflettere sul confine tra vero e falso in modo approfondito.

3. Un finale deliziosamente inquietante

L’ultima parte del libro è piena di suspence e, anche se in modo quasi impercettibile, cambia registro. L’ossessione di Juniper diventa una storia di “oscure presenze” che prepara colpi di scena gestiti con grande abilità. Ma quello che colpisce è che ci sentiamo davvero partecipi dell’inquietudine della protagonista, precipitata in quella che la stessa Kwang, nella postfazione, descrive come “una storia dell’orrore”. Ho ritrovato, in queste pagine, le atmosfere di “Lunar park” di Bret Easton Ellis. Un maestro del gioco di specchi che ha trovato una degna allieva: Rebecca F. Kuang, o forse Athena Liu o forse, chissà, Juniper Song.

 

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