Il 10 gennaio Sky ha rilasciato sulla sue piattaforme i primi due episodi della serie “M. Il figlio del Secolo”, tratta dalla saga di romanzi storici di Antonio Scurati, giunta nel 2024 al suo quarto volume e prossima, nella primavera di quest’anno, all’ultimo tassello dell’opera che racconta la parabola di Benito Mussolini dal 1919 al 1945.
La serie, prodotta da Sky Studios apartment Pictures Small Forward e Pathé, è diretta dal britannico Joe Wright, specializzato in riduzioni cinematografiche di grand romanzi, e ad interpretare Mussolini è stato chiamato Luca Marinelli, attore di punta della scena italiana, affiancato da un cast in cui si amalgamano interpreti già affermati o emergenti (come i bravissimi Francesco Russo e Barbara Chichiarelli).
Dei romanzi di Antonio Scurati (tutti editi da Bompiani) si è già detto tutto o quasi: il ciclo di M, di cui il primo libro “Il figlio del Secolo” si è aggiudicato il Premio Strega nel 2019, è un’operazione tanto poderosa quanto capace di riuscire a raggiungere il grande pubblico, grazie al sapiente dosaggio di approfondimento storico, potenza stilistica, cura del dettaglio e leggibilità.
In particolare nel primo libro, che coincide con la serie tv, il racconto di quanto avviene tra la nascita dei fasci di combattimento e l’omicidio Matteotti non solo ricostruisce le dinamiche attraverso il quale Mussolini riesce, usando la violenza e l’istinto politico, a portare al potere un movimento raffazzonato, con poco consenso e ancor meno radicamento; ma riesce a far capire come molte di quelle dinamiche assomiglino a quelle che attraversano oggi la crisi delle nostre democrazie.
Tutto questo si ritrova nella serie che ha il grande merito di non rifare semplicemente il libro, ma di rendere lo stesso messaggio attraverso un linguaggio diverso con un’operazione raffinata ed efficace di traduzione dal libro al film, tema che tratteremo anche nel corso della rassegna “Traduzioni” organizzata dal nostro blog.
La serie ha poi dei meriti suoi propri e sin da prime due puntate ne possiamo indicare almeno cinque
1. Mussolini non diventa un eroe
Il rischio era elevato: fare con Mussolini la stessa cosa che, ad esempio, succede ne “Il Padrino” o in tante serie real crime contemporanee (pensiamo a Gomorra), ovvero rendere affascinante, e quindi attraente, il male. Un processo di estetizzazione ben analizzato nel saggio di Sayak Valencia “Capitalismo gore. Violenza, necropotere, mercato della morte” (Nero Editions, 2023). Forse in modo ancora più efficace che nei romanzi Mussolini viene rappresentato come un personaggio tossico, cinico, opportunista, spesso ridicolo, quasi sempre grottesco. Vincente perché capace di trasformarsi continuamente in quello che gli era più conveniente per ottenere il potere.
La serie non crea il mito ma lo smonta, aggirando quelle trappole della cancel culture e della banalizzazione che ho avuto modo di approfondire anche in un mio saggio critico proprio su Mussolini.
2. Il ritmo della narrazione
Il film di Joe Wright rompe la tradizione degli “sceneggiati” Rai e spinge costantemente il piede dell’acceleratore di una narrazione che non ha pause, tempi morti, abbandoni lirici o filosofici. Non è solo una scelta estetica, ma funzionale a rendere il ritmo reale degli accadimenti raccontati: impetuosi e inarrestabili.
3. La colonna sonora
Decisiva, per il ritmo della narrazione, è la colonna sonora curata da Tom Rowland dei Chemical Brothers. La storia di “M” è quindi resa in un’atmosfera techno straordinariamente funzionale al racconto e che accompagna scelte di montaggio e visive per nulla banali.
4. Le scenografie
Anche in questo caso ci si poteva aspettare una rappresentazione classica o, peggio, oleografica (e quindi retorica). Invece la scelta è stata di allestire quello che è sempre chiaro essere un set, una scenografia, dando spesso l’idea di essere seduti a teatro piuttosto che davanti alla tv. Questo ci coinvolge ma ci fa anche tenere la giusta distanza da quello che accade sullo schermo: siamo invitati a capire, non a essere semplicemente intrattenuti.
5. Mussolini che si rivolge agli spettatori
A differenza che nei romanzi (tutti in terza persona), nella serie Mussolini (e non solo) dialoga direttamente con noi che guardiamo, come Frank Underwood (interpretato da Kevin Spacey) in “House of Cards”. Così, il Mussolini che parlava agli Italiani degli anni ’20, interloquisce con gli Italiani di oggi, costringendoli a guardarsi nello specchio della storia.
L’efficacia di questa soluzione è garantita dall’interpretazione di Luca Marinelli e, in un certo senso, rende anche più comprensibile la sensazione di disagio che l’attore ha rappresentato in diverse interviste e che è oggetto di un surreale dibattito sulla sua coerenza e la cultura woke. Questo è un film che non vuole essere a suo agio con la materia che tratta e non vuole che lo siamo noi, e il Mussolini di Marinelli, polemiche o non polemiche, è già destinato a rimanere come una delle prove d’attore più importanti del nostro Secolo.


