“Crepacuore” di Selvaggia Lucarelli e il fenomeno sommerso della dipendenza affettiva

SUL LIBRO

Il coraggio di mettersi a nudo e raccontare la propria dipendenza affettiva: un fenomeno sommerso ma tutt'altro che raro

Di Selvaggia Lucarelli e di quanto i suoi libri finora mi abbiano divertita ho già scritto in passato: era da tempo, però, che volevo concentrarmi su un altro tipo di libro, scritto sempre da lei, e finalmente nei giorni scorsi sono riuscita a dedicarmi con attenzione a “Crepacuore” (Rizzoli, 2021). L’ho trovato attuale e toccante.

La trama, in breve

Il libro è autobiografico ed è la storia della dipendenza affettiva che ha legato per quattro anni Selvaggia Lucarelli a un suo ex compagno. Un rapporto tossico, malato, ossessivo, in cui la costante era non riuscire a stare bene con l’altro, ma neppure riuscire a stare senza. Essendone consapevoli. Un circolo vizioso, una spirale di autodistruzione e umiliazione in cui Lucarelli ammette anche – non senza dolore o vergogna – di aver anteposto la sua relazione anche al benessere del figlio.

Il libro arriva dopo il successo di un podcast, “Proprio a me”, in cui Lucarelli parla di storie di dipendenza affettiva iniziando con la sua, già raccontata per la prima volta a Daria Bignardi: nel giro di poco, ha confessato di essere stata sommersa da messaggi di persone che le scrivevano per parlare della loro esperienza, a volte chiedendo aiuto, facendo emergere un tema molto delicato e di cui non si sente quasi mai parlare.

Ecco tre buoni motivi per leggerlo:

1. È un fenomeno sommerso ma molto frequente

La cosa che mi ha sconvolta fin dalle prime pagine di questo libro è che è un fenomeno tanto insidioso quanto frequente: penso che tutti, o quasi, possiamo affermare di aver conosciuto almeno una persona che è passata per una dipendenza affettiva (se non, addirittura, noi stessi) anche se magari non con la stessa intensità. Tutto ciò per svariati motivi: insicurezze personali, storie familiari che hanno fatto da “ariete”, sindrome da abbandono, magari l’attraversamento di un periodo difficile. Anche se si è apparentemente forti. Nel momento di vulnerabilità ecco che si incontra una persona manipolatrice che diventa un “faro”, l’unica luce in grado di far stare bene ma che, per brillare, ha il bisogno di annullare la controparte facendola sentire perennemente inadeguata. Ma attenzione, non è un “libro accusa”, una specie di vendetta nei confronti dell’ex compagno: è un manifesto della dipendenza affettiva che si concentra sullo stato, sulle emozioni, sulle sensazioni di lei.

2. Una vera e propria dipendenza

Selvaggia Lucarelli descrive nei particolari la sua esperienza e la paragona senza giri di parole a tutte le altre dipendenze, in primis quella dalla droga, in cui si finisce quasi senza accorgersene: anche in questo caso c’è l’astinenza, il trigger emotivo, il rituale del consumo, l’apparente sensazione di benessere (che dura sempre meno, per cui c’è bisogno di “dosi” sempre più frequenti), i sensi di colpa e l’ansia. Ci si annulla a tal punto da arrivare a pensare che, siccome una relazione così non può funzionare (ed è perfettamente chiaro) ma non si è capaci a stare senza, “se muoio non fa niente”. Ci si annulla a tal punto che anche il benessere del figlio passa anche in secondo piano e il terremoto sconvolge lavoro, amicizie, affetti. È esattamente la confessione di una “tossica”, in un mondo che fa fatica a conoscere – e a riconoscere – dipendenze diverse da quelle ormai note (droga, gioco ecc.).

3. Una testimonianza coraggiosa

Selvaggia Lucarelli ancora una volta, parlando con un linguaggio semplice e un ritmo vivace, come se raccontasse la sua storia a un amico, ha scritto un libro che coinvolge emotivamente: leggendolo ho provato insieme a lei angoscia, frustrazione, vergogna, dolore. Parlarne con sincerità, mettendosi totalmente a nudo, non dev’essere stato facile, soprattutto quando si tocca la sfera della maternità (sentirsi una cattiva madre oggi in Italia è ancora un tabù, considerata la peggiore delle condizioni). Lucarelli per “rinascere” ha dovuto toccare il fondo e provare pena per sé dopo quattro estenuanti anni (scegliendo di parlarne dopo quasi altri 10), ma trovare da sole la forza per reagire non è da tutte: per questo, a chi si riconosce nella sua storia, in varie interviste ha consigliato comunque di farsi aiutare.

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