Dopo aver tifato per “La sonnambula” di Bianca Pitzorno al Premio Strega 2026, la mia attenzione è stata catalizzata da un altro libro arrivato in finale: “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi (Einaudi, 2025), classificatosi quarto.
Di cosa parla “Lo sbilico”di Alcide Pierantozzi
Ho scoperto casualmente l’autore durante l’intervista della serata finale del Premio Strega e le sue parole mi hanno incuriosita molto. “Lo sbilico” è una sorta di memoir in cui Pierantozzi, praticamente mio coetaneo, racconta una vita attraversata dalla malattia psichiatrica e dall’autismo: la diagnosi di Asperger, il disturbo bipolare, la dissociazione dell’io e così via.
Tutti argomenti di cui non so molto e che corrono il rischio di essere ampiamente stereotipati specie sui social, dove anche con le migliori intenzioni si finisce per semplificare esperienze molto complesse. Proprio per andare oltre i pregiudizi ho deciso di leggere l’anteprima del libro sul Kobo: dopo due minuti ho proceduto con l’acquisto e non sono più riuscita a staccarmi dalle pagine di questo libro che ho finito davvero in breve tempo.
E, sorpresa delle sorprese, quando ho chiesto su Instagram quale dei finalisti dello Strega interessasse di più, ho ricevuto moltissimi commenti proprio su “Lo sbilico”. Evidentemente non ero l’unica ad aver sentito il bisogno di conoscere questa storia.
Dunque, dopo averlo divorato e amato, posso dire che è un libro che consiglio davvero molto. Ecco tre motivi per leggerlo.
Tre buoni motivi per leggerlo
1. Cosa accade nella mente, senza filtri: un libro onesto
Pierantozzi racconta con sincerità e precisione cosa accade nella mente di una persona che convive con la malattia psichiatrica, “quando la realtà si smaglia, e lascia entrare l’allucinazione”.
I pensieri che si accavallano, la paura, la vergogna, la solitudine, la rabbia: niente viene edulcorato o stereotipato, ogni cosa è raccontata senza filtri.
Ecco, forse in un momento storico in cui molte esperienze vengono spesso trasformate in storytelling rassicuranti o siparietti “instagrammabili”, questo mi è sembrato un libro finalmente autentico e onesto. Senza paura di scoprirsi, doloroso ma mai dolente, fragile ma mai vittimista né costruito per suscitare una facile emozione: un libro che ha il coraggio di mostrarsi.
2. Perché è un racconto dall’interno
È forse la prima volta che leggo una testimonianza in prima persona così lucida e profonda su un’esperienza ancora troppo spesso circondata da silenzi, paure e tabù.
“Lo sbilico” è un libro che si legge con urgenza: una volta iniziato, non sono riuscita a staccarmi dalle pagine. Ma non è solo la storia a catturare: anche la scrittura ha un ruolo fondamentale. La ricerca quasi ossessiva delle parole, il tentativo di trovare il termine esatto per nominare le cose e dare ordine al caos, la fame di aprirsi e far comprendere, rendono la lettura un’esperienza preziosa.
3. Perché è una ricerca di sé che riguarda tutti
Pierantozzi ripercorre gli episodi della propria vita come in un percorso di analisi che fa bene a lui ma anche a noi: le crisi psicotiche, il rapporto con la disabilità, il confronto con il proprio corpo e con quello degli altri, e con la propria identità. Racconta molte cose, attingendo dalla sua esperienza, che penso in molti non sappiano.
Nasce come un racconto estremamente personale ma diventa una testimonianza universale, urgente, capace di interrogare chi legge. “Lo sbilico” parla di malattia, certo, ma anche di cosa significhi cercare il proprio posto nel mondo, convivere con le proprie fragilità e provare a dare un senso alla propria storia.



