Ho acquistato “Caccia all’omo” di Simone Alliva (Fandango, 2020) spinta dal desiderio di saperne di più di questo “viaggio nel paese dell’omofobia”. Volevo capire. E infatti una delle ragioni che più mi hanno spinta a comprare questo libro è facilmente riassumibile in una delle frasi dell’autore che mi hanno colpita di più e che fa venire i brividi: «Questo è un libro scritto per capire, per sapere cosa pensa una persona che ne ammazza un’altra senza conoscerla».
Ecco tre buoni motivi per leggere “Caccia all’omo”:
1 Il libro è un viaggio nell’Italia dell’omotransfobia raccontato da chi ne prova tutti i giorni gli effetti sulla sua pelle. L’autore, giornalista e autore per “L’Espresso” di diverse inchieste, espone le cronache delle aggressioni a gay, lesbiche e trans prendono vita con le interviste alle vittime, da nord a sud. Aggressioni per strada da parte di sconosciuti, certo, ma anche i subdoli e striscianti pregiudizi in famiglia, la volontà di “curare” queste persone con percorsi “riparativi”, la scoperta di un mondo ancora sommerso ma che, con coraggio, sta tirando fuori le sue storie. Fa riflettere anche il fatto che, molto spesso, ad essere davvero ossessionati con il sesso siano proprio gli omofobi.
2 Si mette in evidenza che la politica c’entra, come sempre, d’altronde. Come mai il dibattito intorno a questi temi si è così inasprito? Come mai c’è questo spauracchio del “gender” che fa così paura? Certo, c’è sempre questo tema in sottofondo: la paura. La paura dell’altro, ancora una volta, diverso, e dunque da cacciare. La paura che qualcuno possa ‘plagiare’ i bambini. La sciocca e ipocrita paura animata (tante volte) dalla messa in discussione di una certa cultura machista. C’è chi ha fatto della paura un’arte in politica, non è una novità.
3 Il libro però si spinge anche oltre: mi hanno fatto riflettere i dialoghi con i ragazzi omosessuali che frequentano Lega (lo stesso partito di Simone Pillon, per dirne uno) e Casa Pound (con i dirigenti che comunque hanno rifiutato interviste sul tema). Come si spiega? Non è un controsenso? Ebbene, molti hanno risposto dicendo che a loro interessa più – e prima – trovare un lavoro che potersi sposare, perché senza il primo non si può pensare di sviluppare la propria vita. Insomma, si mette in evidenza che in molti casi si è creata una frattura tra diritti sociali e diritti civili. E mentre i diritti sociali sono ormai percepiti come un cavallo di battaglia di una destra capace di stare in qualche modo “tra il popolo”, quelli civili, pure fondamentali, sono spesso associati a una certa sinistra troppo impegnata ad arrovellarsi intorno a questioni come l’uso della schwa che a risolvere problemi concreti. Ambasciator non porta pena: è una semplificazione imprecisa, ma sicuramente un elemento su cui vale la pena aprire una riflessione attenta per recuperare quei giovani e quell’elettorato che la sinistra ha perso.



