Perché “Fra le righe” di Silvia Pareschi non è solo un (bellissimo) libro sulla traduzione

SUL LIBRO

Una delle più note traduttrici di narrativa angloamericana ci invita a esplorare il meraviglioso laboratorio della traduzione tra scelte politiche, etiche e intelligenza artificiale

Abbiamo avuto il grande piacere di ospitare quest’estate alla nostra rassegna “Libri in Piazzetta” le traduttrici Silvia Pareschi e Giulia Zavagna, una serata interessantissima in cui ci hanno raccontato spunti e curiosità del mestiere di chi traduce libri, rendendoci capolavori che altrimenti non potremmo conoscere. Non solo un mero atto meccanico, come racconterò tra poco.

Pareschi, che è una delle più note traduttrici di narrativa angloamericana con quasi novanta traduzioni all’attivo, “voce” di autori come Jonathan Franzen ed Ernest Hemingway, ha scritto un libro, “Fra le righe” (Laterza, 2024) in cui spiega molto del suo mestiere, tra aneddoti e curiosità inaspettate, e accende un dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale.

Andiamo a vedere tre buoni motivi per leggere questo libro che – attraverso la lente della traduzione – affronta tanti altri temi.

1. L’enorme (sottovalutato) lavoro dietro la traduzione

Non tutti sanno quale enorme lavoro si nasconda dietro alla traduzione di un libro: ricerche di settimane per cercare una singola parola, il dialogo con gli autori, le domande – anche etiche e politiche – sulla traduzione delle lingue ibride (lo spanglish per esempio), delle parolacce, dei modi di dire. Un mondo molto più complesso di quel che immaginiamo e da cui dipende quello che leggiamo, la nostra interpretazione e conseguentemente la nostra visione del mondo.

Pareschi parla della sua esperienza raccontando il suo esordio, i casi più particolari che le sono capitati, il suo rapporto con gli autori, in un libro che è anche manuale. Piccola chicca: nel libro usa più la parola “traduttrici” che “traduttori”, semplicemente perché la stragrande maggioranza di chi traduce è donna. Perché? Abbiamo provato a ragionarci insieme ad Arenzano e, delle risposte che ci siamo dati, nessuna è comoda. Forse perché, almeno un tempo, si pensava a quello della traduzione come di un lavoro di cura, quasi ancillare, di una persona che prestasse la sua opera ma che poi rimanesse nascosta. Un passo indietro, appunto. Per fortuna che oggi molto è cambiato e i nomi dei traduttori spesso compaiono addirittura in copertina. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di citarli sempre perché è un lavoro davvero fondamentale ed è giusto che venga riconosciuto in tutti i modi.

2. Intelligenza artificiale: c’è chi dice no

Come spiegavo prima, Pareschi si è molto interessata alla questione dell’AI. È davvero uguale far tradurre un testo a un’intelligenza artificiale, per quanto raffinata, e a un essere umano? Ovviamente no, una macchina che non conosce la lingua perché non l’ha studiata si limiterà a offrire e a riproporre schermi verbali ricorrenti, ripetendoli a mo’ di pappagallo. La soluzione che sceglierà sarà quella confermata da un maggior numero di dati trovati in rete, cioè stereotipi, eliminando creatività e sperimentazione.

I pericoli di un approccio troppo “leggero” alla materia sono molteplici: dal lato creativo e intellettuale (“non solo tradurremo le lingue senza conoscerle, ma finiremo anche per scrivere senza pensare”) a un eccessivo impoverimento di una professione già spesso sottopagata, con traduttori “costretti” a scendere a patti con l’AI per stare dietro a ritmi di lavoro insostenibili, fino a venirne del tutto sostituiti.

Ma c’è chi dice no, per molteplici motivi: “Un’autrice che conosco – scrive Pareschi – ha dichiarato di voler far mettere una clausola nei miei contratti per imporre di essere tradotta solo da umani”. Allo stesso tempo nascono anche altri fondamentali interrogativi sul copyright: come viene addestrata l’intelligenza artificiale? A chi appartengono i frutti del suo lavoro? Quali dati vengono forniti, come vengono utilizzati e dove rimangono?L’Authoers’ Guild, il sindacato degli scrittori, ha pubblicato una lettera firmata da più di 15mila autori per chiedere alle società produttrici di AI di non usare il loro lavoro senza permesso né compenso. E ha promosso anche una class action per violazione di copyright contro OpenAI (che produce ChatGpt, per intenderci): tra le richieste, l’utilizzo delle opere degli scrittori per addestrare i modelli di intelligenza artificiale non deve avvenire senza il loro permesso, coloro che acconsentono devono essere adeguatamente compensati, gli autori e gli editori devono segnalare quali opere sono state generate da AI, in tutto o in parte.

Sembrano obiettivi belli ma complicati da raggiungere in un mondo che spesso mostra indifferenza: ci riusciremo?

3. Perché ritradurre i classici?

Pareschi sta ritraducendo Hemingway: ma perché ritradurre i classici? Non solo perché il linguaggio cambia e si evolve, ma perché cambiano anche i modi di tradurre: meglio usare un linguaggio impeccabile o essere il più fedeli possibile agli autori? La bellezza della traduzione è anche questa: non è una scienza esatta, per questo è bello avere diversi testi e poterli confrontare nel tempo.

La nuova versione insomma non cancella la precedente, spiega l’autrice, “ma vi si affianca, offrendo la possibilità di scegliere, di confrontare, di osservare il libro amato da un altro punto di vista”.

In breve:

 

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