Guido Catalano e l’esperimento della poesia con l’intelligenza artificiale

Questo contenuto probabilmente è destinato a far discutere: sì, perché ho letto un libro che mi è piaciuto ma che alla fine ha rivelato una cosa sorprendente e adesso non so se mi piace più molto.

Scherzi a parte, andiamo per gradi: sto parlando di “Smettere di fumare baciando” (Rizzoli, 2023) di Guido Catalano, scrittore e performer di cui avevo già parlato con la recensione di “Fiabe per adulti consenzienti“. Dunque, succede che un giorno, in libreria, inizio a sfogliare il suo libro di poesia, mi piace, mi diverte, mi sembra anche molto tenero, parla d’amore in maniera frizzante, ironica e non banale, dunque lo acquisto.

Leggendolo, mi accorgo che quella di Catalano è una poesia affrontata non propriamente con canoni tradizionali: non sono una grande intenditrice ma si tratta di versi liberi, stile colloquiale e a volte “flusso di coscienza” che mi ha ricordato un po’ Paolo Nori, senza una metrica particolare, a volte sembra prosa spezzata semplicemente dagli “a capo”. Mi pare di aver letto in giro che, anche per questo, sia stato molto criticato.

Sono eretica se dico che comunque a me è piaciuto? Sicuramente è uno stile particolare e poco ricercato dal punto di vista formale, ma che tratta temi profondi con ironia e un linguaggio quotidiano. E poi penso che l’amore nelle poesie sia un tema decisamente inflazionato e ormai anche scontato, dunque difficilissimo da trattare sotto un’ottica nuova: dunque accolgo favorevolmente un libro che invece parla d’amore senza annoiarmi e anzi, facendomi ridere e immedesimare in diversi casi. Non si parla solo d’amore: coi sono osservazioni sul suo lavoro, dialoghi, scene di vita quotidiana e così via in una raccolta intima e autoironica. Un divertissement, diciamo così. D’altra parte, la vita è breve e a me piace leggere (anche) per divertirmi. Se trovo un libro che mi fa passare qualche ora in allegria trattando anche di temi profondi, lo promuovo.

Poi, alla fine del libro, nella nota dell’autore, arriva la sorpresa: cinque poesie della raccolta (in totale sono 107) sono state scritte insieme a una certa Viola. E chi è Viola? Catalano spiega che nel 2017 ha ricevuto una proposta da Google che gli ha chiesto se fosse interessato a un’esperienza di scrittura a quattro mani con un prototipo di intelligenza artificiale. Lui, curioso, ha accettato, prestandosi a “rompere” una barriera: all’intelligenza artificiale è stata data in pasto l’opera completa dell’autore per acquisire il suo stile, e i due – l’autore e Viola (cioè l’IA) – iniziano a comporre insieme. Viene fuori una sorta di “ping pong” con un verso scritto da Catalano e quello successivo, in risposta, dall’intelligenza artificiale, e così via. Sono nate delle poesie che a me – che le ho lette prima senza sapere nulla – sono piaciute, anche se non nego che la questione sia un po’ inquietante, adesso che questa tecnologia ci sembra sempre più vicina e fruibile, tra ChatGpt e Google Bard. E ci ributta a capofitto in un argomento decisamente attuale: c’è da temere che l’intelligenza artificiale ci possa sostituire?

Il giudizio, ovviamente, ai posteri. Ma io sono moderatamente ottimista o meglio, diciamo, non così pessimista: penso che l’intelligenza artificiale ci possa aiutare molto, ma nel processo creativo vince l’uomo. Anche in questo caso è stato un essere umano a indirizzare l’intelligenza artificiale, “divertendosi” con lei ma pur sempre mantenendo il controllo del gioco.

Certo, voglio rimanere con i piedi per terra: la tecnologia sarà in grado di svolgere mestieri che oggi sono compito di esseri umani e oltre, spero nel bene quando si tratta di impieghi pericolosi o considerati “inutili”, ma a volte anche nel male. Purtroppo è sempre successo e sempre accadrà. Ma questo anche senza parlare strettamente di intelligenza artificiale: era successo anche con le prime macchine a vapore! Siamo parte di un processo evolutivo che non si può fermare, ma può (e deve) essere regolato. Come ha ricordato anche Piero Angela nel suo meraviglioso ultimo libro “Dieci cose che ho imparato“, il sapere e la creatività umana non potranno essere battuti nemmeno dalle tecnologie più avanzate ma occorrono disperatamente due cose: la prima è una “filosofia della tecnologia” che ci guidi attraverso queste innovazioni. La seconda è un processo (anche normativo) per regolare la diffusione e l’ambito di queste intelligenze artificiali, introdurle gradualmente, guardare all’interesse dei lavoratori prima di ogni altra cosa.

Imboccare queste due strade spetta solo a noi: il futuro non è scritto, ma la posta in gioco è grande.

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